Al Bano e il complotto dei neomelodici

In Apertura, Gratta e Vinci
Al Bano Vespa Mosca

Persino in Ucraina hanno capito che Al Bano costituisce una minaccia alla sicurezza nazionale. Soltanto in un Paese ormai allo sbando come l’Italia le sue canzoni continuano liberamente a circolare senza destare il minimo sospetto. Bisogna riconoscere che la notizia, pur avendo dell’incredibile e ad aver suscitato, oltre a un certo sconcerto, un’inevitabile dose di ilarità, ha tuttavia una sua fondatezza e rischia per certi aspetti di suonare come una sorta di nemesi, di giusta e sacrosanta sentenza. Non a caso apprendiamo in queste ore che pure Toto Cutugno è prevedibilmente finito nella lista nera, e sarebbe il caso che anche i Ricchi e Poveri stessero piuttosto all’erta. Attendiamo fiduciosi che la proscrizione sia finalmente estesa, tra gli altri, ai neomelodici napoletani e ai tenori leggeri, così da poter far entrare sulle note di 4’33” di John Cage l’Ucraina nell’Unione Europea, e magari rivisitare gli inni nazionali di tutti gli Stati membri.

Non avremmo mai pensato, in effetti, che quelle di Al Bano (con o senza consorte) fossero canzoni ‘rivoluzionarie’. Anzi, pensavamo che l’eventuale ‘pericolosità’ fosse legata, al contrario, alla retorica dei buoni sentimenti, all’ottimismo coatto e ai messaggi edificanti di cui ogni canzone si fa candidamente portatrice. Non si può mai stare del tutto tranquilli quando si ascolta o si canticchia una canzone italiana: un giorno potremmo scoprire che Anna Tatangelo era una spia internazionale. Certo, è anche vero che – nell’epoca del copia e incolla – un verso come “Ci sarà un azzurro più intenso ed un cielo più immenso” potrebbe benissimo passare per un aforisma di Walter Benjamin. Ma è altrettanto vero che intere generazioni hanno attraversato (e molto più spesso subìto) Felicità, tutte ossessivamente maiuscole e orecchiabili, sguardi innocenti in mezzo alla gente e modi più umani per dirsi ti amo, senza sapere in realtà cosa stavano veramente intonando. Nemmeno dalla banalità conclamata e collaudata c’è più da fidarsi. Soltanto una volta, adesso che ci penso, un amico melomane mi confessò che ascoltando al contrario Nostalgia canaglia gli era sembrato di distinguere un qualche oscuro messaggio in russo, e da quel momento per quieto vivere passò dal pop melodico all’avanguardia post-weberniana.

Eppure bastava un minimo di sforzo filologico e qualche rudimento di politica estera per renderci conto che in quelle canzoni rassicuranti e consolatorie, dall’apparenza ingenua e spensierata, si celavano imperscrutabili doppi sensi, allegorie carbonare, manifesti politici subliminali. Un esempio particolarmente emblematico è il testo di Sharazan – con quel titolo criptico e quel ritornello indecifrabile, che allude in codice a una specie di terra promessa da conquistare (“nella mente avevo già | la mia idea di libertà”) dal nome esotico, e che ammicca a una perenne stagione calda (“sempre estate ci sarà”): un indizio inequivocabile del carattere squisitamente politico e sovversivo delle canzoni di Al Bano. Chi ci garantisce, alla fine, che Sharazan non sia la parola d’ordine con cui Putin auspica l’annessione dell’Ucraina alla Russia?

Francesco Vinci

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