Scrive il presidente di Telesud Massimo Marino su una sua vicenda giudiziaria e il mondo dell’antimafia

In Antimafia, Lettere
Massimo Marino, presidente di Telesud

Il Gip di Trapani ha decretato il non luogo a procedere per il presidente dell’emittente Telesud Massimo Marino, che era stato querelato dal giornalista Francesco La Licata per un suo editoriale “sui campionissimi dell’antimafia”.

Riceviamo e pubblichiamo sulla vicenda una nota inviata alla nostra redazione dal presidente dell’emittente televisiva.

Certamente soddisfatto, ma allo stesso tempo rammaricato per un clima che ormai pervade la società e che si ritorce contro quei pochi che non si vogliono omologare all’antimafia dilagante che non accetta critiche per preservare quella “sovrastruttura sociale” che ormai è diventata. Continue querele, critiche di chissà quali interessi da tutelare a chi non è conforme al pensiero unico e “accerchiamenti” vari. Vari e pericolosi per i poteri forti, anzi fortissimi, che possono mettere in campo. Questa mattina, però, è stato decretato il non luogo a procedere per l’ennesima “aggressione” da cui Telesud si è dovuta difendere.

I fatti: nel febbraio 2016 scrivevo un editoriale sull’intitolazione di un litorale ad Alcamo Marina ai due carabinieri trucidati nella strage di Alkamar nel lontano 1976 per cui fu ingiustamente condannato all’ergastolo l’allora giovane Giuseppe Gulotta dopo indicibili sevizie e torture ricevute dagli stessi Militari dell’Arma per estorcergli una confessione. Cerimonia che, come ormai da prassi, riceveva “il sigillo di garanzia” dell’associazione Antimafia per eccellenza, Libera, con Don Ciotti in prima fila. L’articolo criticava l’assenza di Gulotta e poi volgeva su alcune considerazioni personali su un libro appena edito: ” Alkamar, la mia vita in carcere da innocente”, scritto a 4 mani dallo stesso Gulotta con il giornalista Nicola Biondo. Un passaggio mi aveva particolarmente colpito: quello in cui si riferiva che il giornalista Francesco La Licata venuto a conoscenza delle torture da una qualificatissima fonte, un maresciallo dei carabinieri presente in quei giorni in caserma, decideva di non pubblicare nulla “perchè in quel periodo non era facile mettersi contro l’Arma dei Carabinieri” ed in particolare contro il Colonnello Russo icona antimafia di quegli anni. Un comportamento sbalorditivo, tanto più per uno dei “campioni del giornalismo impegnato”. La scelta, sua o dell’allora direttore responsabile suo superiore poco importa, la reputavo intollerabile, tanto più per uno dell’autorevolezza di La Licata. Apriti cielo! Il giornalista, venuto a conoscenza del mio scritto, chissà come o forse con l’ausilio di qualche manina locale, visto che dubito che dalle siderali altezze della Stampa di Torino sia interessato a ciò che va in onda su una emittente trapanese, decideva di depositare un esposto querela; 150 pagine di fuoco. Estratti di verbali processuali, gravissime offese alla persona, di tutto di più. Insomma, diffamazione aggravata il capo d’imputazione denunciato.

Cosi, dopo il deposito dell’avviso delle conclusioni d’indagine da parte della Procura di Trapani veniva fissata udienza davanti al Giudice per le Indagini Preliminari lo scorso febbraio che si riservava di leggere la produzione della difesa, consistente nel libro citato ma anche di una sequela di scritti durissimi nei confronti di ciò che sia diventata oggi l’antimafia a firma di altissimi magistrati, come Leonardo Guarnotta e Catello Maresca, il presidente del Senato ed ex Procuratore Capo di Palermo Pietro Grasso, giornalisti del calibro di Paolo Mieli, oltre che Lucia e Rita Borsellino detentori del copyright “sovrastruttura sociale”. Tutti “in linea” col mio pensiero. Ma questa mattina nella requisitoria già un mezzo colpo di scena: lo stesso Pm Federico Panichi richiedeva il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato smontando, letteralmente, i 3 passaggi oggetto della querela con un significativo riferimento all’articolo 21 della Costituzione sulla libertà d’espressione. Richiesta cui si opponeva La Licata, costituitosi parte civile. Gli avvocati Ferruccio e Michelangelo Marino nell’arringa difensiva sottolineavano l’assoluta continenza giornalistica dell’editoriale cosi come una pronuncia della Cassazione dove gli Ermellini sanciscono che la critica possa anche essere “pungente, corrosiva ed addirittura distruttiva”. Il giudice Emanuele Cersosimo si ritirava in camera di consiglio decretando poi il non luogo a procedere.

In sintesi: non si terrà alcun processo perché La Licata non è stato diffamato. Ma la nostra critica, a questo punto uso il plurale interpretando la linea editoriale dell’Emittente, non vuole essere, ancor prima che offensiva nei confronti del dottor La Licata cosi come di chiunque, distruttiva; anzi, costruttiva. E che la si finisca una volta per tutte con questi cerchi magici dell’Antimafia che non hanno proprio nulla da insegnarci cosi come purtroppo tante cronache ci hanno dato triste conferma. Ma siamo certi che anche questo appello resterà lettera morta; almeno si spera però che nell’opinione pubblica, certe querele o richieste di rinvio giudizio…segue… vengano accolte con il beneficio del dubbio. In giudizio, come spesso la giurisprudenza ha insegnato, la musica è tutt’altra.

Massimo Marino – Presidente di Telesud

***

Ho sempre pensato che le aule dei nostri Tribunali siano eccessivamente intasate da cause che vedono tra gli imputati giornalisti o editori e che spesso tali procedimenti nascano da motivazioni pretestuose o comunque meritevoli di essere affrontate attraverso altri strumenti. Conosco poco la vicenda a cui fa riferimento il presidente di Telesud Massimo Marino, ma ho ritenuto doveroso ospitare sulla nostra testata il suo racconto e il suo punto di vista, nella convinzione che nella nostra terra manchi troppo spesso il confronto tra prospettive diverse.

Pur apprezzando per tanti versi il lavoro che ogni giorno portano avanti i colleghi della redazione di Telesud, non posso qui negare che per formazione e convinzione mi sono sentito molte volte distante dagli editoriali di Marino in materia di antimafia. Non perchè ritenga che il mondo dell’antimafia sia una monade benedetta dal dono dell’infallibilità. Ma perchè ho sempre cercato di distinguere errori e ingenuità che possono trovare spazio anche nelle esperienze più nobili rispetto ad una visione di insieme più articolata, maturata in tanti di anni di giornalismo e di impegno civile in Sicilia. Anni che mi hanno consentito di conoscere bene il mondo di Libera, il lavoro che fanno i suoi straordinari volontari, le attività dei presidi. Presenze preziose e spesso silenti, che negli ultimi tempi sono state oggetto di rappresentazioni ingenerose, in cui diversi osservatori (non sempre in buona fede) hanno cercato di gettare il bambino con l’acqua sporca.

Gli errori, si sa, fanno parte dell’attività di chi preferisce arrotolarsi le maniche e lasciare le proprie comode mura domestiche accettando il rischio di ritrovarsi addosso qualche schizzo di fango. Succede a chi si è impegnato in questi anni nella lotta alla mafia, come sarà capitato a Francesco La Licata (comunque la si pensi, un maestro di giornalismo a cui dobbiamo tanto nella comprensione del fenomeno mafioso) e a tanti altri operatori dell’informazione, me compreso. Il giornalismo non è e non sarà mai mero racconto dei fatti, perchè non esiste racconto che possa prescindere dalle interpretazioni personali, che nascono da ragionamenti e intuizioni individuali, dalle nostre relazioni e, soprattutto, dai valori che ognuno di noi porta con sé. Il lavoro che facciamo, però, ci consente di edificare giorno dopo giorno la nostra biografia. Ed è su quella, alla fine di tutto, che verrà misurata la nostra credibilità.

Vincenzo Figlioli

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