La Florio lascia il Consorzio. Dove va il Marsala?

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Mondo vinicolo lilibetano in fermento a proposito del futuro del brand più importante del territorio

E’ evidente che il prodotto per eccellenza del territorio lilibetano si trova da alcuni mesi al centro di un dibattito piuttosto acceso in cui si registrano posizioni diverse e per certi versi contrapposte. Semplicisticamente, potremmo parlare di un confronto tra conservatori e innovatori. In realtà, la questione è molto più articolata.

La notizia più recente porta alla decisione della Florio di abbandonare il Consorzio Volontario per la Tutela del Vino Marsala. Con una missiva risalente allo scorso 8 aprile, la Duca di Salaparuta spa (società del cui gruppo fa parte anche il marchio Florio)  legalmente rappresentata dal suo presidente e amministratore delegato Augusto Reina, ha comunicato la propria decisione irrevocabile di uscire dal Consorzio. Contestualmente, sono arrivate anche le dimissioni di Giuseppe Ingargiola, dal 2009 presidente del Consorzio ed espressione proprio della Duca di Salaparuta. Raggiunto telefonicamente dalla nostra redazione per spiegare le ragioni di questa scelta, Ingargiola ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.

La lettera con cui la proprietà della Florio comunica la propria fuoriuscita dal Consorzio
La lettera con cui la proprietà della Florio comunica la propria fuoriuscita dal Consorzio

Che il fronte del Marsala non fosse un monolite, non è certo una novità. Posizioni eterogenee sul suo futuro, senza andare troppo indietro nel tempo, si registravano già ai tempi di Marco De Bartoli. L’impressione, però, è che la decisione della Florio in qualche modo si inserisca proprio all’interno di un fermento cresciuto in questi mesi e di cui si può trovar traccia anche in alcuni interventi che recentemente abbiamo ospitato all’interno della nostra testata.

All’ex assessore Nino Barraco va dato il merito di aver spezzato una tradizione recente che troppo spesso ha visto l’amministrazione comunale lilibetana ostentare disinteresse rispetto al Marsala. In un’intervista rilasciata al nostro giornale a settembre, Barraco dichiarava: “La politica dovrebbe impegnarsi a rivedere il disciplinare della Doc Marsala, in cui il Marsala non è più un vino da tavola, ma da cucina. Il mercato del Marsala si sta assottigliando sempre di più. Ed è un paradosso, perché è uno dei brand più conosciuti al mondo. Abbiamo un brand forte e un’idea povera di prodotto. La mia idea è di lavorare con le aziende per un disciplinare che incarni un’idea nuova di prodotto, senza tuttavia snaturarlo”. La proposta ha raccolto reazioni favorevoli (tra cui anche quella di Slow Food), ma anche resistenze tra i produttori storici. E lo stesso ex assessore ha fatto riferimento anche a queste difficoltà nella sua lettera di dimissioni dello scorso 22 marzo, rivendicando di aver portato avanti un procedimento per la creazione di un marchio DOCG Marsala (“un percorso di valorizzazione economica e culturale delle materie prime che, prendendo esempio da modelli già esistenti altrove, si potrebbe tradurre, se adottato, in crescita economica e culturale per i nostri contadini. Tutto questo però, si è scontrato con chi pensa che il nostro vino debba continuare ad essere “venduto in padella” e non debba avere riconosciuta la dignità di una tavola e poi con le lentezze della politica e della burocrazia”).

A distanza di qualche giorno, è arrivata la risposta a Barraco da parte di uno dei più autorevoli marsalisti del territorio, l’export manager delle Cantine Pellegrino Massimo Bellina: “Non si discute su come valorizzare quello che già possediamo e che è di qualità, ma piuttosto di alimentare la confusione che è l’unica cosa che negli anni non si è erosa, con nuove tipologie che di certo non risolvono né il problema dell’immagine né quello della creazione di valore. Si parla di un prodotto non fortificato, quindi senza aggiunta di alcol. Come se questo fosse la causa del continuo declino commerciale di questo vino. Per carità, nulla di disdicevole solo che si tratta di una cosa diversa, una versione che stride con la genetica stessa del Marsala che nasce, così come il Porto, in virtù di una tecnica antica che prevede l’uso di un distillato per aumentarne il grado alcolico. Nessuno si immagina un Porto fatto in maniera diversa”. In conclusione del suo intervento, Bellina si era soffermato anche sul ruolo del Consorzio, ammettendo come si trattasse di una realtà ormai sostenuta da tre produttori (Pellegrino, Lombardo e Florio): “Gli altri nel tempo hanno deciso di abbandonarlo, non si capisce se per diversità di strategie o per risparmiare sui contributi. In tempi di OCM questo è un grave errore. Un Consorzio più forte e rappresentativo potrebbe gestire campagne promozionali ed informative che se affidate a mani esperte e con investimenti privati limitati, potrebbero essere molto utili nella conquista di quell’immagine di autentico vino da aperitivo o dessert che è, in definitiva, il vero problema del Marsala”.

Se pensiamo che nel 2009 ne facevano parte anche Casano, Buffa, Intorcia, Mirabella, Martinez, Baglio Oneto Winery, Pipitone Spanò, Vinci e Aziende agricole Casano Maggio e Francesco Pulizzi (tutte assieme, l’80% del Marsala a denominazione d’origine) è evidente che qualcosa non è andata come avrebbe dovuto all’interno del Consorzio, che con l’abbandono della Florio risulta adesso ulteriormente indebolito.

L’argomento era stato toccato nei giorni scorsi anche da un giovane enologo lilibetano, Ivan Cappello, distintosi in questi anni per la propria passione e formatosi professionalmente anche attraverso alcune esperienze all’estero: “Negli ultimi 7 anni ho sempre provato a cercare una via per arrivare al Consorzio o a qualcuno che avesse voglia di iniziare a parlare seriamente di Marsala, ma sistematicamente tutti mi dicevano (come si fa in Sicilia) “lascia stare”, “non hanno interesse a fare niente”, “ci sono dei poteri”, “daresti soltanto fastidio”, “non ti coinvolgeranno mai”. Adesso credo che sia arrivato il momento che qualcosa cambi, ci sono tanti miei colleghi e amici che hanno a cuore le sorti del vino Marsala ed a loro chiedo pubblicamente di unire la nostra passione e fare qualcosa di nuovo e propositivo”. Nella sua lettera, Cappello mostra inoltre apprezzamento per le proposte lanciate nei mesi scorsi dall’ex assessore Barraco, che (nelle more della sua sostituzione) siamo tornati a contattare per un commento sulla nuova notizia legata alla fuoriuscita della Florio dal Consorzio. “Marsala è diventato sinonimo di marchio di bassa qualità – ha affermato Barraco -. Le aziende non mostrano interesse a comunicare il Marsala, ma a comunicare il proprio marchio. A questo punto, occorre rifondare il Consorzio, facendo rientrare le aziende che ne sono uscite in questi anni e facendo entrare le Cantine Sociali e una rappresentanza importante dei produttori di uva, in modo da farlo diventare legale e riconoscibile dall’Unione Europea. Al momento non è riconosciuto, è un Consorzio Volontario”.

Ed è probabilmente anche questa una delle ragioni che hanno di fatto trasformato, a 54 anni dalla sua costituzione, uno strumento potenzialmente prezioso di tutela e valorizzazione in un contenitori con pochi contenuti. E anche qui, probabilmente, la disattenzione mostrata negli anni dalla politica marsalese verso il prodotto che dovrebbe essere l’ambasciatore di questo territorio nel mondo, ha giocato un ruolo importante.

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