Le scuole e il decreto sicurezza

In Apertura, Punto Itaca

Nel titolo dell’editoriale di oggi, camminano a braccetto due temi di cui ci siamo occupati frequentemente nelle ultime settimane. Da un lato ci sono le criticità degli istituti scolastici del territorio, che per ragioni diverse si ritrovano a dover affrontare per tempi più o meno lunghi i doppi turni. Dall’altro c’è il decreto sicurezza voluto dal Ministro degli Interni Matteo Salvini: un provvedimento che presenta diversi aspetti discutibili e che, come tutti gli atti aventi forza di legge, estende i propri effetti sull’intero territorio nazionale.

Trovo quindi fisiologico che anche in provincia di Trapani si dibatta di quest’argomento e che i sindaci avviino una riflessione seria sull’invito a sospenderne avanzato qualche giorno fa dalla sezione provinciale dell’Anpi, sulla scorta di quanto avvenuto a Palermo e in molte altre città italiane. A Marsala il consigliere Daniele Nuccio ha protocollato proprio ieri una lettera che invita il sindaco Di Girolamo a prendere una posizione chiara e netta sulla questione. In calce alla missiva di Nuccio c’è anche la mia firma, in qualità di direttore responsabile di questa testata. A pensarci bene, siamo recidivi: poco prima di Natale siamo stati anche tra i promotori del corteo organizzato contro il decreto sicurezza e il ddl Pillon. Ci sono tante ragioni per contestare il provvedimento voluto dal Ministro Salvini: alcune sono prettamente pratiche, altre teoriche.

Chi nella sua vita ha avuto modo di approfondire la conoscenza degli Sprar e dei Centri di accoglienza è consapevole delle ragioni che spingono i migranti a lasciare i propri Paesi per cercare ospitalità altrove: si parla di guerre, persecuzioni, torture, ferite fisiche e psicologiche difficili da rimarginare. Uno dei Principi Fondamentali della nostra Costituzione ci impone di dare ospitalità a chi fugge, esattamente come altri Paesi hanno fatto con i dissidenti italiani messi al bando dal regime fascista. Si può discutere sulle modalità di accoglienza, ma la cornice entro cui muoversi è quella costituzionale, c’è poco da aggiungere. Diventa dunque difficile comprendere la logica che ha portato il governo ad abolire la protezione umanitaria tenendo in piedi solo quella internazionale. A meno che non si pensi che l’unico criterio sia numerico e che i beneficiari della protezione umanitaria sono stati penalizzati solo perché erano molti di più. Tutto ciò, è bene dirlo ora, regalerà alla clandestinità molti immigrati che avevano già cominciato un percorso di integrazione, gettando alle ortiche investimenti umani ed economici portati avanti nel tempo. E siccome i rimpatri costano, i migranti senza protezione umanitaria finiranno per nascondersi nell’oscurità delle nostre città, che a loro volta saranno pervase da una percezione di insicurezza ben maggiore rispetto a quella attuale. Insomma, un meccanismo perverso impastato di ingiustizia e caos che non porterà alcun beneficio al Paese. E, allora, vale la pena contestarlo ogni giorno questo decreto. E, contemporaneamente, contestare un modello culturale che ogni giorno penalizza l’intera popolazione, sottraendole pezzi di welfare che per anni abbiamo dato per scontati.

Il problema non è che ci sono troppi immigrati, ma che ci sono pochi asili o poche strutture pubbliche per anziani, che si devono fare i doppi turni nelle scuole, che gli ospedali fanno fatica a garantire il diritto alla salute, che i servizi pubblici sono costantemente inadeguati alle esigenze dei cittadini. Se davvero Salvini avesse voluto mettere “prima gli italiani” avrebbe parlato ogni giorno di questi temi. Ma, in fin dei conti, ha preferito restare coerente con quell’idea di politica che la Lega ha sempre avuto, in cui i voti si raccolgono puntando il dito contro il “nemico” del momento: un giorno si chiama “terrone meridionale”, l’indomani “zingaro”, poi “terrorista” e infine “clandestino”.  Sono armi di distrazione di massa, utili a spostare l’attenzione. Un po’ come la supercazzola con cui Ugo Tognazzi riusciva a tirarsi fuori dalle situazioni più critiche nell’indimenticabile “Amici Miei”. Ma il conte Mascetti e i suoi sodali, almeno, avevano il pregio di farci ridere. Salvini, al massimo, se la ride di chi crede alle cose che dice.

Non c’è invece alcuna contraddizione tra chi vorrebbe che anche il sindaco di Marsala sospendesse gli effetti del decreto sicurezza (come hanno fatto anche i colleghi di Petrosino e Trapani) e al contempo chiede più welfare e servizi per la propria comunità nel nome di un’idea di civiltà più articolata e inclusiva rispetto a quella che in tanti hanno interesse ad imporre. Non comprendere che chi alimenta la “guerra tra i poveri” intende favorire un’interpretazione più autoritaria del potere è una delle principali dannazioni del nostro tempo.

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