Madonna della Grotta, salvaci dal razzismo

In Apertura, Una tazza di sale
Santa Maria della Grotta

Circa mille anni fa a Marsala il più grande luogo di culto frequentato era la Madonna della Grotta. Una chiesa fastosa che ancora mostra parte delle sue vestigia nella zona dello stadio. Un’ampia navata centrale e affreschi talmente belli da finire nei libri di storia dell’arte per un edificio il cui ingresso principale si apriva dopo una discesa in una cava naturale. Come a dire che per raggiungere il Divino prima bisogna scendere dentro di sé, trovare il proprio profondo e poi, da lì, miracolosamente, con gli occhi e il cuore toccare il cielo. Il rudere è ancora visibile e anche parte di una vecchia impalcatura che negli anni ’60 ha invano tentato di non far crollare la torre campanaria, che noi, a dire il vero non più giovani quarantenni, non abbiamo mai avuto il privilegio di ammirare, visto che è crollata prima della nostra nascita.

Ho incontrato questa chiesa straordinaria grazie a Vincenzo Savatteri e Nicola Sciacca. Col primo feci una inchiesta a conclusione della quale scoprimmo che ignoti avevano allestito all’interno strani altari fatiscenti accendendovi candele e altri ignoti (o forse gli stessi) avevano profanato le tante tombe presenti all’interno, trafugandone i teschi. Vincenzo, all’epoca farmacologo del Ser.t., nonché illuminato traduttore dei tempi, ipotizzò che fosse opera dei satanisti acidi, che con la scusa che celebrano lucifero si stonano con le droghe sintetiche e fanno strani riti con le ossa. Nicola (architetto, appassionato di speleologia, nonché mio cugino) invece mi mostrò la meraviglia di quella cava naturale. Facemmo ricerche e scoprimmo che intorno all’anno Mille nella Madonna della Grotta venivano celebrati riti religiosi di diverso tipo: in pratica la domenica vi si faceva messa, il sabato era destinato alle preghiere degli ebrei e il venerdì si recavano qui i musulmani. Parliamo di un tempo che ha lasciato echi solo nella tradizione topologica orale, secondo cui l’area tra quelle che ora si chiamano via Frisella e via Andrea D’Anna, è detto quartiere ebraico. Francamente non so dove vivessero gli arabi, ma evidentemente dovevano avere un loro spazio in centro.

Mi ha inorgoglito il fatto che la mia città fosse stata tanto aperta (d’altronde come potrebbe non esserlo, visto che si chiama Porto di Dio), e tanto rispettosa. Poi i secoli hanno lasciato il loro sapore, da qui si è fatta l’Italia, anche se noi, più di altri orientali, siamo rimasti, prima di tutto, Siciliani. E ciò anche se un grande marsalese Francesco De Vita (di Petrosino, in verità, ma all’epoca l’autonomia era ancora lontana) ha fatto parte dei padri che insieme hanno scritto la nostra meravigliosa Costituzione. “La più bella del mondo”, ha detto un grande. La stessa che all’articolo 3 recita così: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Vico lo aveva detto che la storia non è sempre una progressione, ma spesso racconta regressioni. Ebbene la progressione naturale sarebbe stata cambiare l’Art. 3 sostituendo alla parola “cittadini”, le parole “tutte le donne e tutti gli uomini”. Questo soltanto avrebbe snellito di gran lunga il da farsi per la legge dello Ius Soli.

Invece accade il contrario, accade che periodicamente vengano offesi, con segni irripetibili sulla lapide di largo San Gerolamo, i partigiani marsalesi che hanno dato la vita perché questo Paese fosse libero di esprimersi, senza censure. Peggio, accade che un pazzo invasato che ha cercato di uccidere sei persone innocenti, ma colpevoli di essere neri e immigrati, venga osannato su una parete di Porticella. Io francamente non amo mai i graffitari che sporcano i muri (di certo fanno eccezione gli artisti), però fino a qualche anno fa i loro messaggi (per lo più sgrammaticati) erano frasi d’amore (Tipo: “Katia ge tem”) o di-segni indecifrabili. Quello apparso qualche giorno fa invece era decifrabile eccome, anche se non firmato. Forse perché chi ha scritto non se la sentiva di far sapere chi fosse, e forse perché, in fondo, lo sa che il suo è stato un gesto eufemisticamente sbagliato. Chi invece non si vergogna affatto di pensarla come lui sono i tanti hater che su facebook hanno detto la loro senza moderare neppure i toni, mostrandosi vicini apertamente all’uomo fermato per la tentata strage di Macerata (non lo nomino perché non voglio. Non lo faccio per rispetto a Primo Levi, l’autore di “Se questo è un uomo, senza capelli e senza nome”. Visto che il fermato per la tentata strage si è tatuato un simbolo nazista sul sopracciglio). Mi chiedo come si possa, senza vergognarsene, inneggiare ad un regime che prima di tutto vietava il diritto di parola, la stessa parola che loro esercitano con tanta leggerezza, senza pensare al sangue che è costata.

E allora rimpiango la Marsala di mille anni fa, quando i popoli pregavano nella stessa casa, senza odio, né prevaricazione. E per questo invoco la Madonna della Grotta: “Pensaci tu!”, ma fallo prima che il tempo impietoso ti faccia crollare.

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