Orestiadi di Gibellina: in Prima Nazionale “Notturno MacBeth”

In Gibellina, Teatro

Il 10 agosto alle Orestiadi di Gibellina (ore 21,15 – Baglio di Stefano – Cortile Inferiore) andrà in scena la Prima Nazionale di “Notturno MacBeth” da Libro Notturno di Franco Scaldati, regia di Umberto Cantone, con Serena Barone, Aurora Falcone, Giuseppe Tarantino (nei ruoli rispettivamente di Strega, Lady Macbeth, Macbeth) e Ambra Maniscalco, Chiara Italiano, Ilenia Di Simone (Streghe).

Più che una traduzione, un corpo a corpo poetico con la magmatica materia del Macbeth, per sottrarla ai vincoli della rappresentazione e spezzarne la narrazione. Questo è Libro notturno, testo originariamente destinato alla lettura, nel quale Franco Scaldati isola alcune suggestioni dell’opera di Shakespeare innestandole nel corpo lirico della sua lingua dialetto. In questo ordito drammaturgico tutti i temi appaiono inscritti nel paesaggio di un Sud mitologicamente trasfigurato, l’orizzonte della Palermo lavica e labirintica di Scaldati, che nel nostro studio pensato per Gibellina trova il suo ideale environment nei volumi e nell’affaccio di Palazzo Di Lorenzo, una di quelle strutture sontuosamente predisposte a funzionare come spazio scenico generatore e di cui l’installazione di Enzo Venezia punta a esaltare il valore figurale tout court.

Ad animare l’edificio e a far brillare l’occhio magico di un rito che assume le modalità più di performance che di recita sono le Streghe, femmine dominanti e conduttrici di caos, le cui profezie girano a vuoto perché la tragedia di Macbeth si è ormai compiuta. Sono loro ad attirare nel loro ironico jeux de massacre quel Macbeth di cui non è rimasta che l’ombra. Ma non sono solamente i sentimenti di punizione e di vendetta a motivare l’eterno ritorno delle Streghe sul luogo del delitto. Scaldati le trasforma in espressione della sostanza simbolica del Macbeth che per lui ha poco a che fare con la vicenda storica del suo plot. Oltre a presentarsi come angeli custodi dei conflitti e delle ambiguità di una tragedia consumata perché già scritta (e che tra le sue figure di perdizione lascia affiorare quella di Lady Macbeth sonnambula destinata al suicidio), le Streghe qui diventano l’incarnazione spettrale del dolore atavico di Palermo che fu la città del martirio. Diventano corpi e voci terrestri che si fanno interpreti del sangue versato da donne vittime di uomini, testimonianza antica e, insieme, contemporanea della femminilità sfregiata nella guerra quotidiana del vivere. E così l’aspro assunto del Macbeth che celebra lo sprofondamento nella vertigine di valori invertiti e di coincidenza degli opposti, trova la sua traduzione scaldatiana in una nuova trama, nella quale si staglia un groviglio inestricabile d’inquietudini morali e una soluzione non conciliatoria, il manifesto di una concretezza teatrale che non respinge, e anzi ingloba, uno dei più notturni princìpi di quel testo capitale: “Non esiste altro che ciò che non esiste”

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