Prescrizione: serve un dibattito laico

In Apertura, Punto Itaca
toghe avvocati

Non è facile pronunciarsi sul progetto di riforma della prescrizione a cui sta lavorando il governo. Molto critici si sono dichiarati in queste ore molti professionisti del diritto, che difendono a spada tratta l’istituto della prescrizione, evidenziando l’importanza di tutelare il principio della ragionevole durata di un processo, che peraltro si inserisce all’interno dello spirito garantista della nostra Costituzione. Restare anni e anni in balia delle aule giudiziarie è per un imputato un castigo per certi versi superiore a un’eventuale condanna, perché protraendo a tempo indeterminato i riti processuali tradisce il senso stesso del concetto di giustizia. Resta tuttavia il fatto che il nobile istituto della prescrizione sia stato per anni manipolato a vantaggio dei potenti, alimentando nell’immaginario collettivo l’idea di una giustizia severa con i deboli e conciliante con i forti. Chi ha frequentato le aule giudiziarie, del resto, sa bene che talvolta sono gli stessi avvocati a cercare di dilatare i tempi dei processi, puntando sulla prescrizione a beneficio dei propri assistiti. Negarlo sarebbe da ipocriti.

Sull’argomento, anche l’Europa, nel 2016, aveva invitato l’Italia a “potenziare la lotta alla corruzione, intervenendo anche sulla prescrizione”. Nulla di scandaloso, dunque, se il governo (o una sua parte) sta ragionando su questo tema. Purchè non si dimentichi che il principio della certezza della pena che da Beccaria in poi costituisce un irrinunciabile faro nella nebbia, vale tanto per i potenziali colpevoli quanto per i presunti innocenti, evitando di incorrere in dannosi sbilanciamenti che finirebbero per tradire, ancora una volta, le sacrosante aspettative che i cittadini hanno in materia di giustizia. A nulla varrebbe questo ragionamento se però non si intervenisse sulle risorse umane e materiali da mettere a disposizione della macchina giudiziaria.

Dopo anni di tagli e accorpamenti nel settore pubblico, ci si sta accorgendo che nel nome del risparmi e della spending review ci si ritrova con apparati sempre meno funzionanti: dalle scuole agli uffici pubblici, per arrivare ai tribunali. Da anni si parla di riforme che somigliano più a battaglie ideologiche e regolamenti di conti che a provvedimenti utili a far funzionare meglio le cose. In Italia, per dirne una, ci vogliono 1400 giorni per arrivare al terzo grado di giudizio per dispute civili o commerciali; 800 giorni servono invece per gli iter di carattere amministrativo. Dati che collocano l’Italia in fondo alle classifiche europee rispetto all’efficienza della macchina giudiziaria e che hanno riflessi negativi anche sull’economia del Paese: uno studio dell’istituto Cer – Eures dimostra che se l’Italia si allineasse ai tempi della giustizia civile tedesca, si potrebbero recuperare ben 2,5 punti di Prodotto interno lordo, pari a circa 40 miliardi di euro. Gli effetti positivi andrebbero oltre il Pil: sempre secondo lo studio, una giustizia più rapida creerebbe130 mila posti di lavoro in più e circa mille euro all’anno di reddito pro-capite, pari nel complesso a 60 miliardi per le famiglie, con effetti positivi anche sull’erogazione di credito e la sicurezza percepita.

E allora ben venga un dibattito laico sulla prescrizione, ma senza dimenticare che quella giudiziaria è una macchina estremamente complessa, che necessita di una revisione attenta più che di provvedimenti estemporanei.

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