Processo Perricone: sentito il consulente della Deloitte, società di controllo dei progetti finanziati con fondi europei

In ALCAMO, Apertura, Giudiziaria
Tribunale-Trapani

Si è volta venerdì mattina l’udienza del processo a carico dell’ex vicesindaco di Alcamo, Pasquale Perricone, accusato, insieme ad altri quattro imputati, di diversi reati, tra cui: bancarotta fraudolenta, associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta e truffa ai danni dello Stato. L’inchiesta della magistratura trapanese è scaturita a seguito del fallimento di una delle società, la Nettuno a.r.l., riconducibile allo storico esponente del Partito Socialista alcamese.

Presso l’aula intitolata al magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto, del tribunale di Trapani, si è tenuta l’udienza del processo che si sta svolgendo davanti al giudice Piero Grillo, e nel quale sono coimputati Pasquale Perricone, la cugina Maria Lucia Perricone, detta Mary, Emanuele Asta, funzionario del centro per l’impiego di Alcamo, Marianna Cottone, segretaria e compagna dell’ex vicesindaco, Mario Giardina, prestanome dello storico esponente del partito socialista alcamese. L’udienza era stata rinviata lo scorso 29 settembre a causa dell’assenza ingiustificata del teste, al quale è stata comminata un’ammenda di 300 euro. Il dottore Benedetto Cassarà, dopo aver consegnato al giudice Grillo il certificato medico in merito alla precedente udienza, è stato, dunque, interrogato in qualità di consulente della Deloitte s.p.a, la società che si occupa, per conto della Regione Sicilia, del controllo dei fondi comunitari. In particolare, il revisore dei conti è stato ascoltato riguardo all’attività di monitoraggio di corsi di formazione finanziati, alcuni dei quali rivelatisi secondo l’accusa dei “corsi fantasma”, messi su da quel comitato d’affari creato da Pasquale Perricone, che gli avrebbero consentito di compiere nel settore della formazione professionale, mediante alcune società come la Promosud s.r.l. i reati che lo vedono imputato nel procedimento giudiziario in corso. L’inchiesta denominata “Affari sporchi”, condotta dai pubblici ministeri Rossana Penna e Marco Verzera, è nata a seguito dell’ “Operazione Nettuno” diretta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Trapani e dalla Tenenza di Alcamo, sui lavori di potenziamento del porto di Castellammare del Golfo. Le indagini delle fiamme gialle avevano condotto al sequestro dell’area interessata nel 2010. Circa un anno dopo la società Nettuno a.r.l., con sede in via Tre Santi ad Alcamo, dichiarava il fallimento presso il Tribunale di Trapani. La situazione della società dissestata è finita sotto la lente degli inquirenti.

Operazione Nettuno, i fatti prefallimentari

Per comprendere meglio l’intera vicenda delittuosa, che è culminata nel 2016 con l’arresto dell’ex vicesindaco di Alcamo e i suoi più stretti collaboratori, è necessario ricostruire quanto avvenuto prima dell’operazione guidata dalla polizia tributaria trapanese, che avrebbe poi accertato la bancarotta fraudolenta, uno dei diversi reati contestati all’ideatore di quello che è stato definito il “comitato d’affari” che gestiva la galassia di società a lui riconducibili: Pasquale Perricone, per l’appunto. A monte di tutta la serie di fatti delittuosi vi sarebbe, dunque, l’esecuzione del contratto d’appalto per la realizzazione delle opere di consolidamento e potenziamento del porto di Castellammare del Golfo da parte dell’ATI (Associazione Temporanea di Imprese), aggiudicataria nel 2005 del bando redatto dal Comune di Castellammare, emesso a seguito dell’approvazione del progetto definito dell’ufficio tecnico municipale e approvato dalla Commissione Regionale della Sicilia ai Lavori Pubblici. Un anno prima, la commissione regionale, infatti, aveva approvato un progetto generale per un importo complessivo di 39 milioni e mezzo di euro. Per la partecipazione alla citata gara d’appalto era stata, poi, presentata un’unica offerta, da parte dell’ATI, per l’appunto, costituita dalla capogruppo CO.VE.CO ( Consorzio Veneto Cooperativo), dalla CO.ME.SI s.r.l. e dalla CO.GEM s.r.l.. Inoltre, associata della capogruppo era la CEA s.r.l., società riconducibile a Perricone, fondata nel 1969 dal padre (vedi link articolo intrecci mafia, politica, imprenditoria). Nel 2004, proprio in occasione della nascita del progetto regionale sul porto di Castellammare, sarebbe avvenuta, su suggerimento di Perricone che intratteneva da tempo rapporti con le cooperative del nord Italia, l’associazione alla CO.VE.CO. di CEA, amministrata occultamente da Rosario Agnello, prestanome dell’ex vicesindaco. Pasquale Perricone avrebbe funto da regista di tutta l’operazione insieme alla cugina Maria Lucia Perricone, l’ex consigliere comunale Domenico Parisi e Mario Giardina, dipendente di CEA e successivamente della Nettuno a.r.l.. L’ATI, dunque, si è aggiudicata la gara per un importo di circa 24 milioni di euro, con un ribasso dell’11,87%. La capogruppo CO.VE.CO. individuava quindi: Franco Morbiolo, direttore tecnico dell’impresa appaltatrice, Mario Giardina, direttore del cantiere, Domenico Parisi, rappresentante appaltatore per la firma dei contratti. Successivamente, con una delibera del cda, la CO.VE.CO. nell’ambito del rapporto con l’associata CEA, prevedeva un contributo dell’1% sui ricavi di quest’ultima inerenti l’esecuzione dei lavori appaltati. Inoltre, in sede di contratto d’appalto con la stazione appaltante (Comune di Castellammare del Golfo) CO.VE.CO. dava formalmente l’assegnazione della propria quota ai lavori alla sua associata: la CEA s.r.l.. Il 15 gennaio 2007, veniva consegnata l’area di cantiere per l’esecuzione dei lavori per i quali era stato previsto il termine nell’ottobre del 2008. Lo stesso giorno, in vista della “gestione unitaria del contratto di appalto”, le società dell’ATI costituivano la Nettuno S.r.l. , che avrebbe data vita all’unico centro di imputazione dei costi relativi all’esecuzione di tutte le opere, non disponendo comunque né del patrimonio né della redditività. Presidente del cda veniva nominato Rosario Agnello e vicepresidente Vito Emmolo della CO.GEM. Membri risultavano invece: Francesco Taormina della CO.ME.SI., Vincenzo Mancuso della CEA e Franco Morbiolo della CO.VE.CO. Quest’ultimo è stato poi sostituito da Antonino Russo della CEA. Le somme relative ai 13 SAL (Stato avanzamento lavori), tutte corrisposte dalla stazione appaltante alla capogruppo CO.VE.CO., venivano riversate ( ad eccezione del 13°) da quest’ultima sulle consorziate, previa fatturazione ricevuta. Dette società, però, a loro volta, e in particolare modo la CEA, omettevano di riversarle alla Nettuno, facendole mancare le risorse finanziarie necessarie per far fronte ai successivi stati di avanzamento lavori, essendo l’unica società ad occuparsi dell’acquisto delle materie prime e del pagamento dell’impego di manodopera. Tale sistema di ribaltamento dei costi, non funzionando correttamente, avrebbe consentito, dunque, l’operazione economico-finanziaria e societaria, escogitata dal comitato d’affari, e che, secondo l’accusa, non poteva non concludersi con il fallimento della Nettuno s.r.l e la liquidazione coatta amministrativa della CEA. Infatti, il meccanismo interno di ribaltamento dei costi, previsto dallo statuto della Nettuno, veniva adempiuto regolarmente fino al 2008. Tra il 2009 e il 2010, le indagini degli inquirenti hanno riscontrato, invece, una patologica mancata fatturazione della società succitata. Come ricostruito dallo stesso curatore fallimentare, nell’anno 2009, dei 10 SAL incassati da CO.VE.CO., e girati alle consorziate, sono state emesse fatture dalla Nettuno per circa 8 milioni di euro. Risultavano assenti all’appello, dunque, due milioni di euro. Sarà, infatti, il 2010 l’anno del tracollo della Nettuno. A maggio di quell’anno, la Tenenza della Guardia di finanza di Alcamo sequestrava l’area di cantiere del porto della città marinara per frode fiscale nelle pubbliche forniture. Contemporaneamente, le fiamma gialle acquisivano la documentazione contabile e tecnica delle società consorziate. Nel mese di settembre, poi, la Nettuno presentava istanza di fallimento al tribunale di Trapani. Mentre, a dicembre 2010, veniva pagato dal Comune di Castellammare del Golfo il 13° ed ultimo Sal alla Co.ve.co.. Quest’ultima ometteva, però, di riversare tale somma alle consorziate, sostenendo di dovere procedere alla compensazione di non precisati crediti pregressi vantati nei confronti, in particolare, della propria associata CEA e, dunque, non riconducibili ai lavori del porto di Castellammare, ma ad altri appalti aggiudicati a COVECO e poi conferiti a CEA, risalenti al 2006. Tali crediti vantati sarebbero, quindi, antecedenti la data di costituzione della Nettuno, avvenuta in occasione dell’appalto di cu sopra per l’appunto, nella quale la CEA deteneva la quota del capitale sociale più importante, il 55%. Il destino della Nettuno sembrava, dunque, essere segnato. Come il pianeta più lontano dal sole, avrebbe fatto fatica a vedere luce nelle condizioni sopra esposte, non potendo evitare il conseguente fallimento poi dichiarato nel febbraio del 2011.

Linda Ferrara

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