Senza Birgi

Vincenzo Figlioli

Marsala

Senza Birgi

Condividi su:

giovedì 08 Febbraio 2018 - 07:15

Tra novembre e dicembre, come si ricorderà, l’aeroporto “Vincenzo Florio” di Birgi è stato chiuso per lavori di manutenzione. Poco più di trenta giorni di black out che in qualche modo hanno permesso ai cittadini di tornare ad assaporare – si fa per dire – l’ebbrezza di vivere senza uno scalo che per tanti anni è stato strategico nelle abitudini e nell’economia del territorio. Così, chi doveva partire per una visita specialistica al Nord, esattamente come i pendolari e i fuori sede, si è ritrovato a dover tornare all’antico, spostandosi all’aeroporto di Punta Raisi per le partenze e gli arrivi. Un disagio tutto sommato sopportabile, considerando che il “Falcone e Borsellino” dista circa un’ora da Marsala e ancora meno da Trapani. Stessa sorte per i turisti che avevano programmato un week end dalle nostre parti: anche loro avrebbero preferito arrivare a Birgi, ma si sono adeguati ad affrontare un viaggio appena un po’ più lungo, non molto diverso da chi atterra ad Orio al Serio per raggiungere Milano.

Perchè dunque è così importante continuare ad investire sul “Vincenzo Florio”, costringendo i Comuni già vessati dai vincoli del patto di stabilità o dalla spending review a finanziare costosi accordi di co-marketing? Sono stati davvero i biglietti low cost di Ryanair la principale ragione che ha spinto milioni di turisti da noi nell’ultimo decennio?

Rispondere a questi interrogativi è quanto mai importante per dare un senso a quello che stiamo raccontando in questi giorni, in ordine alle nuove nubi che si sono addensate sul futuro di Birgi dopo la sentenza del Tar che ha accolto il ricorso di Alitalia contro il bando di Airgest. Investire sul “Vincenzo Florio” non è solo importante, ma fondamentale per tante ragioni. La nostra è una terra bellissima, ma non è l’unico pezzo di paradiso esistente in terra. La competizione è alta e sono determinati dettagli ad orientare le scelte dei turisti. La presenza di un aeroporto sul territorio compensa infatti i disagi legati a una rete autostradale ferma agli anni ’60 e a collegamenti ferroviari imbarazzanti. Per non parlare dei servizi di trasporto urbano, lontani anni luce dagli standard delle regioni del centronord. Non è un caso che gli anni in cui si sono registrate le maggiori presenze turistiche coincidono con quelli in cui l’aeroporto ha funzionato meglio. E poi c’è un lavoro di promozione del territorio che nella maggior parte dei casi è stato condotto in maniera approssimativa. Sono aumentati i posti letto, i ristoranti e le trattorie, ma i servizi pubblici che le nostre città offrono ai visitatori che scelgono questo pezzo di Sicilia sono più o meno gli stessi di quando l’aeroporto era chiuso. A ciò si aggiunge che, a parte il Cous cous Fest e il suo contorno, non si è stati capaci di investire su eventi capaci di creare occasioni di richiamo da aggiungere a un’offerta che non può più limitarsi alle bellezze paesaggistiche e al patrimonio archeologico che ci hanno lasciato in eredità popolazioni vissute più di duemila anni fa.

In questi dieci anni si sarebbe potuto fare molto di più, ma è mancata quella visione d’insieme che altre zone geografiche (anche al Sud) hanno dimostrato. Chi in queste settimane sta pensando di abbandonare Birgi alla chiusura o all’inconsistenza probabilmente vive in una torre d’avorio che non gli consente di guardare la realtà con gli occhi di chi ha scelto di scommettere su questo territorio e di avviare qui quei progetti che con maggiore facilità avrebbe potuto realizzare altrove. Perchè tornare al passato, senza aver programmato il futuro, significa porre una pietra tombale sull’economia turistica del trapanese.

Condividi su: