Settant’anni di Costituzione: sana, robusta e tradita

In Apertura, Punto Itaca
Costituzione Italiana

Centotrentanove articoli divisi in due parti, 9369 parole, 1357 lemmi. Ma soprattutto, l’attualità dei suoi Principi Fondamentali e di quei Diritti e Doveri dei Cittadini che dovrebbero essere conosciuti a memoria da tutti gli italiani. In realtà, oggi, nel celebrare la Costituzione della Repubblica, così sana e robusta, dovremmo anche celebrare un tradimento lungo 70 anni.

Con sapienza e lungimiranza, i padri costituenti nella prima parte vollero indicare una strada da percorrere, un orizzonte verso cui tendere, individuando alcune pilastri su cui si sarebbe dovuta fondare la Repubblica, secondo una linea di netta discontinuità nei confronti delle macerie lasciate in eredità ventennio fascista: la democrazia fondata sul suffragio universale; il lavoro come strumento di affrancamento dal bisogno e di realizzazione personale; l’uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, razza, religione e opinioni politiche; un’identità unitaria, pur nel rispetto delle autonomie locali; l’idea di una partecipazione alla vita pubblica fondata su diritti inviolabili e doveri inderogabili; il principio che Stato e Chiesa siano, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani; l’importanza della tutela ambientale, della promozione della cultura e della ricerca scientifica; il ripudio della guerra come strumento d’offesa; la libertà di associazione e di manifestazione del pensiero; l’idea che l’interesse privato dovesse portare beneficio alla società.

Settant’anni dopo, resta la sensazione che ancora troppe volte ci ritroviamo a pensare che non siamo davvero tutti uguali, che non si vogliano realmente abbattere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana o di certe aree geografiche; che la sovranità popolare o il ripudio della guerra siano dichiarazioni di principio rispettate più nella forma che nella sostanza; che le politiche del lavoro siano spesso miopi o insufficienti rispetto alle esigenze del tempo che viviamo; che le gerarchie ecclesiastiche cerchino ancora di condizionare le scelte dei governi; che l’interesse privato calpesti impunemente quello generale.

Chiaramente non si può passare da un regime autoritario e dittatoriale a una democrazia compiuta nel giro di pochi anni. E’ pur vero però che i padri costituenti avevano immaginato un percorso meno lungo e tortuoso che in un tempo ragionevole potesse somigliare a un’opera compiuta. In alcuni momenti della storia repubblicana questo percorso è stato più veloce, altre volte estremamente lento, in certi casi ci sono stati (e ci sono ancora) inquietanti tentativi di restaurazione.

E mentre la prima parte della Costituzione appare ancora come un magnifico orizzonte verso cui tendere, la seconda parte, riguardante l’ordinamento della Repubblica, mostra i segni del tempo, certificati dalle continue crisi di governabilità, dai conflitti di attribuzione, dalla lentezza della macchina burocratica. La politicizzazione del referendum del 4 dicembre 2016 ha fatto perdere di vista l’urgenza di una revisione di questa parte della Carta Costituzionale, non a caso immaginata flessibile e quindi modificabile da chi l’ha scritta, nella consapevolezza che prima o poi si sarebbe resa necessaria una diversa struttura organizzativa.

L’odierno anniversario, piuttosto che una celebrazione fine a se stessa, sia dunque uno stimolo concreto per tutti gli italiani a pretendere la piena attuazione della prima parte della Costituzione e un aggiornamento della seconda: servirebbe una nuova Assemblea Costituente o comunque una classe dirigente all’altezza di questo compito. E se è vero che gli scenari che si stanno delineando con il “Rosatellum” e le elezioni del 4 marzo non lasciano presagire nulla di buono, proviamo a pensare a quanto dovesse sembrare difficile ai padri costituenti ricostruire un Paese ridotto in macerie dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Eppure quella sfida così ardua fu vinta grazie al contributo dei cittadini, che ebbero la capacità di raccogliere i cocci delle loro sofferenze e trasformarli con forza in un progetto da realizzare, probabilmente il più importante della loro vita. Un’eredità morale e civile che non si celebra con le ricorrenze, ma su cui avremmo il dovere di riflettere.

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