I siciliani, l’astensionismo e la fiducia

In Apertura, Punto Itaca
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Secondo l’ultimo sondaggio dell’istituto Demopolis, il 54% dei siciliani pensa di non andare a votare alle prossime elezioni regionali. Ma anche tra coloro che sono certi di andare alle urne c’è una parte consistente (uno su quattro) che non ha ancora deciso su quale candidato o schieramento orientarsi. Tutto ciò magari stranizza tanti professionisti della politica, che ritengono di aver messo in campo nomi, volti, competenze meritevoli di fiducia. Chi però cerca di osservare gli eventi senza pregiudizi, magari si sarà sorpreso in misura minore.

Piccolo inciso: a guardarli bene, i candidati alla presidenza della Regione non sono poi così malvagi: Giancarlo Cancelleri è da 5 anni il punto di riferimento dei pentastellati in Sicilia e lo è ancor di più dopo le vicissitudini del nucleo storico palermitano coinvolto nell’inchiesta sulle firme false; Claudio Fava ha una storia personale e familiare di tutto rispetto e anche se in tanti non gli hanno perdonato l’incidente sulla residenza di 5 anni fa e il carattere spigoloso, continua a rappresentare un volto credibile dell’antimafia siciliana; Fabrizio Micari ha un profilo civico spendibile che lo rende digeribile anche agli occhi di chi non vorrebbe votare per una coalizione di cui fa parte il Pd; Nello Musumeci è da anni l’uomo migliore del centrodestra siciliano per competenza e rigore morale (la notizia è che stavolta pare averlo capito anche il centrodestra). Poi, se proprio i quattro candidati favoriti non piacciono, ci sono anche Sgarbi, Busalacchi, La Rosa o Loiacono. Per chi ricorda i tempi di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, un’abbondanza del genere era inimmaginabile.

E’ evidente, a questo punto, che il dato sull’astensionismo sopra citato c’entri poco con i candidati alla presidenza. C’entra piuttosto con le coalizioni che spesso appaiono disomogenee e destinate a sfaldarsi dopo le urne o con l’incapacità di molti partiti di proporre un serio ricambio generazionale tra i candidati all’Ars finendo per tutelare le posizioni dei soliti noti che altrimenti (spiace dirlo) dovrebbero trovarsi un lavoro. E c’entra, soprattutto, con la totale assenza dal dibattito di qualcosa che somigli anche minimamente a una piattaforma programmatica.

Ci sono siciliani che voteranno anche stavolta per convinzione, appartenenza o disperazione. E siciliani che andrebbero alle urne solo se sentissero di potersi fidare di chi si candida a governare questa terra con l’obiettivo di cambiarla davvero: bonificando le pubbliche amministrazioni da infiltrazioni mafiose, lobbistiche e massoniche; pianificando un sistema di collegamenti adeguati alle necessità del proprio tempo; studiando un modo per far sì i rifiuti non continuino ad arricchire l’economia illegale e che le zone più belle del territorio vengano salvaguardate dai soliti incendi stagionali; valorizzando e tutelando le produzioni agricole, i beni culturali, archeologici e naturalistici; favorendo l’occupazione giovanile e le progettualità più innovative; eliminando ogni forma di clientelismo dalle politiche sociali in modo da renderle effettivamente adeguate alle esigenze delle vecchie e nuove povertà, degli ultimi e dei diseredati senza distinzione di sesso, razza e religione. Se davvero i siciliani sentissero di poter contare su una nuova classe dirigente capace di tutto ciò, il 5 novembre accorrerebbero in massa alle urne per votare una vera proposta di cambiamento.

Ai politici che in queste ore stanno elaborando liste e programmi, spetta dunque il compito di comprendere lo spirito del tempo e di potersi presentare in maniera credibile ai nastri di partenza di questa campagna elettorale.

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