Stato di violenza

In Apertura, Punto Itaca
Stefano e Ilaria Cucchi

“E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Lo scrissero 70 anni fa i nostri padri costituenti, al quarto comma dell’articolo 13 della nuova Costituzione repubblicana. Era il primo articolo della sezione dedicata ai Diritti e ai Doveri dei Cittadini, quello che di fatto arriva subito dopo i 12 Principi Fondamentali. Un articolo che parla dell’inviolabilità della libertà personale e condiziona arresti, detenzioni e perquisizioni a un apposito mandato da parte della magistratura o a circostanze da considerarsi eccezionali (flagranza di reato, pericolo di fuga o di reiterazione del reato). Un articolo concepito da uomini che avevano vissuto sulla propria pelle la violenza dello squadrismo fascista, che armato di bastoni e olio di ricino aveva seminato il terrore durante il Ventennio.

La storia repubblicana, purtroppo, racconta altri episodi in cui rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine hanno ignorato il dettato costituzionale riproponendo abusi e violenze di stampo fascista. La storia di Stefano Cucchi, purtroppo, non è l’unica. Negli ultimi anni ci sono state anche quelle di Giuseppe Uva o Federico Aldrovandi, senza dimenticare la “macelleria messicana” del G8 di Genova. Sono pagine della nostra storia recente caratterizzate da uomini indegni di essere considerati servitori di quello stesso Stato e delle stesse divise che indossavano Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Beppe Montana o, per restare dalle nostre parti, del maresciallo Silvio Mirarchi. Parimenti indegni coloro che li hanno coperti per salvaguardare l’onore delle forze dell’ordine in nome di un’errata idea di solidarietà corporativa che solo negli ultimi anni sta cominciando a mostrare le prime crepe. E poi c’è l’indegnità di quei politici come Giovanardi o Salvini che hanno sputato insulti, menzogne e veleno sulla famiglia di Stefano Cucchi o su altre vittime, risultando incapaci di scusarsi adesso che sta venendo fuori la verità sui fatti che portarono alla morte del giovane geometra romano. Una verità su cui non potevano esserci dubbi e che solo una cinica quanto maldestra operazione di depistaggio ha cercato di occultare.

Mi piace pensare che lo squarcio di luce che finalmente ha illuminato questa vicenda possa estendersi a tutte le pagine della nostra vergogna, arrivando fino al mai dimenticato Giulio Regeni, la cui tragica fine meriterebbe ben altra considerazione da parte dei nostri governanti.

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