Borsellino, il depistaggio e la lotta alla mafia: parla Alessandra Camassa

In Apertura, Marsala
Alessandra Camassa

Da due anni è alla guida del Tribunale lilybetano. Ma il rapporto di Alessandra Camassa con Marsala è radicato oltre il presente, alla luce degli anni trascorsi, all’inizio della sua carriera, con Paolo Borsellino a capo della Procura. Inevitabile parlare dunque di quel tratto di strada condiviso professionalmente con il giudice palermitano tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, in una settimana scandita da eventi e celebrazioni dedicate al ricordo della Strage di via D’Amelio.

Quali sono le sue sensazioni quest’anno?

Il ricordo di Paolo è sempre difficile, è sempre legato a tanta commozione e tanta emozione. Altre volte, forse, è stato più sereno. Quest’anno è più difficile, perché questa sentenza ha messo nero su bianco questo terribile depistaggio di cui tutti dobbiamo sentirci responsabili, in particolare noi magistrati. La nostra categoria ha l’obbligo di andare fino in fondo, di ripercorrere. Voglio trovare anche l’aspetto positivo di questo momento, che non ci consente di rimuovere, perché molto spesso rimuoviamo, smettiamo di raccontare ai nostri figli. Siamo andati avanti, forse un po’ troppo, senza ricordare che questa terra è stata veramente massacrata e che questi grandi servitori dello Stato hanno fatto un grande sacrificio per tutti noi. Questa sentenza ci aiuterà a guardarci indietro, con maggiore consapevolezza.

Di fronte al “più grande depistaggio nella storia della Repubblica” da dove si può ripartire? Dalle 13 consegnate da Fiammetta Borsellino alla Commissione regionale antimafia?

Non lo so se si deve ripartire dalle 13 domande. Certamente si deve ripartire dal momento in cui qualcuno andò a trovare in carcere il famoso Scarantino. Si devono ricostruire i passaggi in maniera certosina. Non si può accettare che ancora una volta l’Italia si ritrovi con una strage misteriosa sulle spalle. Ne abbiamo avute troppe.

L’ultima relazione della Dia ha confermato la forte la presenza di Cosa Nostra nel trapanese. Quali strumenti servirebbero per contrastarla in maniera più efficace?

Mai come oggi ci vuole soprattutto sinergia. Oggi la criminalità organizzata è soprattutto una criminalità di tipo economico ed imprenditoriale. Prendiamo le banche, ho visto concessioni di crediti a soggetti che non avrebbero dovuto averle. Ci vuole una sinergia in tanti settori, la magistratura non può essere lasciata sola. Quando si sparava avevamo anche tanto consenso. Nel momento in cui si tocca l’economia, il consenso viene meno. Non che noi abbiamo bisogno di consenso, ma non possiamo neanche operare contro i cittadini. I cittadini devono essere un po’ più profondi e rispettosi delle istituzioni, e poi ci vuole una sinergia globale delle amministrazioni, non solo giudiziarie.

A che punto siamo con il nuovo Palazzo di Giustizia?

Posso dire che nella mia giornata di lavoro di 9-10 ore, 3 sono dedicate al nuovo Palazzo di Giustizia. Entreremo, penso ormai all’inizio dell’anno prossimo anche se io speravo entro quest’anno.

 

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