Enrico Russo, il sognatore del teatro quando il teatro a Marsala non c’era

In Apertura, Una tazza di sale

Avevo circa 15 anni quando ho conosciuto Enrico Russo. Insieme a sua moglie era uno dei clienti più affezionati del negozio di mia nonna. A dire il vero non erano solo clienti Giusy ed Enrico. Passavano anche solo per un saluto ed erano bellissimi. Un giorno Enrico vide che io stavo leggendo “Pensaci Giacomino” di Luigi Pirandello. “Ti piace il teatro?”, mi chiese guardandomi con i suoi splendidi occhi azzurri. Gli raccontai che leggevo testi teatrali da sempre, da Plauto a Goldoni, fino a Pirandello… All’epoca Marsala non aveva teatri attivi, ma lui ne aveva creato uno “nuovo”. Mi regalò un abbonamento per la stagione che metteva in scena alla Villa Favorita. Ero affascinata. Mi ricordava tanto Pambieri, elegante e colto. Poi, seguendo i suoi consigli, quell’anno curai la regia di “Pensaci Giacomino”, che con alcuni compagni di scuola inscenammo nel Palazzo Burgio. Erano le prime sere dopo la rimozione del ponteggio nel Cassero e Marsala tornava a vivere dopo oltre dieci anni di medioevo. Enrico e Giusy erano la mia domenica. Andavo a Villa Favorita a vederli recitare e sognavo. Era il tempo in cui credevamo che tutto fosse possibile, che avremmo avuto il nostro futuro con l’impegno e la determinazione, facendo del bene per la nostra città. Fu allora che conobbi Francesca Pipitone, bravissima e bellissima. Il gruppo di Enrico faceva sul serio, era una luce verso il teatro internazionale che non si arrendeva all’immobilismo che per anni aveva paralizzato la quinta città della Sicilia. Poi Salvatore Lombardo divenne sindaco e i teatri marsalesi tornarono fruibili, ma Enrico c’era già prima e non smetteva di essere un lucido cultore della cultura, dando fiducia ai giovani e trattando tutti da pari.

Io frequentavo la sinistra giovanile. Solo dopo vent’anni scoprii che avevamo idee politiche diverse, ma questo non ha mai minato la stima e l’affetto. Per me Enrico era quell’uomo gentile, a volte anche severo (ogni tanto ho assistito alle prove) ma estremamente corretto e onesto. Una specie di Diogene col lumicino in una città il cui cuore per anni era stato costretto al buio per via di un cantiere infinito in via XI Maggio, ma anche per una specie di paura che faceva sì che alle 20 nessuno rischiasse di trovarsi in strada per timore di subire scippi o comunque brutti incontri. Da erano gli anni ‘90 e da lì a poco ci sarebbero state le stragi di Capaci e via D’Amelio, a Marsala sarebbero arrivati i Falchi, e i soldati dell’operazione Vespri siciliani. Ora Enrico ci ha lasciato, ma Marsala ha perso molto di più di un uomo di cultura. Ha perso, abbiamo perso, un’opportunità. Mi chiedo perché un uomo così non sia mai stato scelto come assessore alla cultura? Non gli sia stata affidata una consulenza per la gestione dei teatri? Un ruolo consono con le sue conoscenze e competenze? Questa città si è rivelata miope e stupida. Lo dico con rabbia e tristezza, perché questa miopia non ha fatto tanto, o meglio, soltanto male ad Enrico. Ha fatto male a tutti noi. Sono certa che se avesse avuto la possibilità Enrico avrebbe coinvolto gli altri estimatori del teatro (partecipava senza puzza sotto il naso a tutte le rassegne, se invitato. Come può confermare Giovanni Maniscalco), e avrebbe dato, senza prendere.

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