Francesco Musolino presenta “L’attimo prima”: “Una storia di caduta e di rinascita”

In Apertura, Cultura
Francesco Musolino

Trentotto anni, messinese, Francesco Musolino è un apprezzato giornalista culturale. Da anni collabora con diverse testate nazionali, per le quali ha recensito le opere di maggiore rilievo letterario, intervistandone anche gli autori. In questo fine settimana sarà a Trapani (oggi alla Libreria del Corso) e Marsala (domani, al Centro Otium) per presentare il suo libro d’esordio, pubblicato con la Rizzoli.

Com’è nato “L’attimo prima”?

È nato dal bisogno di elaborare una perdita, una grande emozione con cui non sono riuscito a scendere a patti. La verità è che la vita procede sempre e spesso non ci lascia il tempo di fermarci, di prenderci quel tempo necessario per rallentare e mandare giù i bocconi amari, prendendoci cura delle cicatrici sul cuore. L’attimo prima è nato così, mettendo le mani dentro le emozioni roventi, creando la giusta distanza. Non volevo che fosse un libro ombelicale, non ho alcuna lezione da impartire al lettore. Racconto una storia di caduta e di rinascita, un ritorno alla vita di un ragazzo, Lorenzo, che cade e si rialza, sbagliando e incespicando, imparando daccapo a sorridere, comprendendo che alla fine, resta sempre la vita.

Proponi una Sicilia diversa rispetto a tante opere ambientate nell’isola. Si respira l’orgoglio delle radici senza però scivolare nell’oleografia. E’ stato difficile mantenere questo registro narrativo?

Avevo voglia di sbaragliare le cartoline e quella narrazione stantia che racconta una Sicilia ferma, immobile nel tempo. Sono stufo di leggere delle piazzette assolate, degli omicidi di mafia raccontati addentando i cannoli fra il traffico tentacolare e il dialetto sbandierato come un elemento di mero folklore. Avevo voglia di raccontare la Sicilia come una terra splendente ma dispettosa, bellissima ma spigolosa, ricchissima ma capace di mettersi di traverso e rendere tutto molto complicato. Essere siciliani è un dono, ne sono convinto, ma richiede anche molta pazienza.

La tua storia, come quella di Lorenzo, racconta di un siciliano che resta nella propria terra senza rinunciare a relazionarsi con quello che c’è al di là dello Stretto. Una scelta, quella di rimanere, spesso oggetto di dibattito in tempi segnati dall’allarme lanciato dai principali istituti di ricerca sullo spopolamento delle regioni del Sud. C’è ancora spazio per chi crede di poter realizzare i propri sogni in Sicilia?

Senza dubbio sì, ma non illudiamoci, esistono due, forse tre velocità in questa nostra Italia. Del resto, abbiamo la fibra e il satellite in casa ma magari dobbiamo fare i conti una fornitura idrica scadente, con strade dissestate e ignorate dai tg nazionali. È giusto, lecito, sognare la metropoli – Milano o New York – ma proprio come Lorenzo, ho capito che è necessario fare la pace con la Sicilia e con Messina, solo così possiamo essere completi. Le nostre radici ci plasmano il pensiero, determinano il punto di vista culturale: possiamo affrancarci e puntare alla conquista del mondo ma non dobbiamo mai dimenticare chi siamo. Lo spopolamento del Sud è una verità durissima da mandare giù e accade sotto i nostri occhi, impoverendo il territorio. Per questo, chi sceglie di restare, deve avere le spalle larghe e i piedi ben saldi per terra, provando a non smarrire la voglia di sognare in grande.

Prima di essere uno scrittore, sei un giornalista culturale. Il tuo lavoro ti ha portato a leggere centinaia di libri negli ultimi anni. Quali sono stati i tuoi riferimenti nel concepimento di quest’opera?

Dal 2008 lavoro fra i libri e con i libri. Forse era naturale compiere questo grande passo e giungere alla scrittura di un romanzo. Ma ancor prima d’essere un giornalista, mi sento un lettore e con grande rispetto e un pizzico di timore mi sono dedicato alla scrittura. Questo romanzo ha due riferimenti stilistici espliciti: Annie Ernaux per la prosa netta e precisa ed Anthony Bourdain per il rapporto con il cibo e la vita, profondo e senza timore delle zone d’ombra. Ma sicuramente la mia stella polare è sempre Joan Didion per la sua capacità di raccontare tutto, anche l’indicibile, stupendo chi legge.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati dal successo editoriale di numerosi autori siciliani. Al di là del totem Camilleri, tra il 2018 e il 2019 pubblico e critica hanno apprezzato le opere di Roberto Alajmo, Evelina Santangelo, Nadia Terranova e Stefani Auci. Ritieni che la Sicilia stia riprendendo il proprio ruolo centrale nel panorama culturale italiano?

Senza dubbio è impressionante il numero di narratrici e narratori siciliani che si sta imponendo e facendo valere a livello nazionale. Non è il racconto di un’isola ma una voce forte che giunge dal Mezzogiorno, dal cuore del Mediterraneo raccontando spesso una visione diversa delle cose. Credo che in tempi di crisi – economica, politica e culturale – la narrativa e l’arte in generale, possano essere un seme di ribellione e di rinascita. E io sono fiero di farne parte.

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