Gli imbecilli sono gli altri

In Apertura, Gratta e Vinci
Umberto Eco

Non passa giorno senza che qualcuno – su Facebook – ci ricordi quanto aveva ragione Umberto Eco a dire che Facebook è un covo di “imbecilli”. Qualche volta a ricordarcelo sono pure quelli che, prima di questa inoppugnabile rivelazione, sapevano a malapena dell’esistenza di Umberto Eco, o non hanno mai attraversato nemmeno una riga dei suoi libri. Con l’eccezione, si capisce, del Nome della rosa che abbiamo l’obbligo civile di aver letto tutti. Ma la vaga impressione è che tra i più convinti assertori e replicanti delle parole di Eco ci siano parecchi di quegli stessi imbecilli da cui Eco vorrebbe metterci sapientemente in guardia: un paradosso su cui forse non ci siamo mai interrogati abbastanza.

Temo che ormai sia troppo tardi per colmare la lacuna, ma sarebbe stato il caso che il professore quel giorno non si limitasse a parlare genericamente di “legioni di imbecilli” e facesse nomi e cognomi, in modo da poterci regolare meglio e contenere il numero di fraintendimenti. Se infatti sui social abbiamo accolto tutti con approvazione plebiscitaria le parole sacrosante di Eco, a chi toccherà l’odiosa parte dell’imbecille? Dopo quella del cretino “specializzato” di Flaiano, bisognerebbe teorizzare la figura dell’imbecille responsabile, sempre che ci sia un imbecille pronto ad assumersi le sue responsabilità. Così, in mancanza di riferimenti precisi e per semplificare, ci siamo attenuti frettolosamente alla cara vecchia regola: sui social gli imbecilli sono gli altri, esattamente come i cretini e gli idioti, parenti stretti degli imbecilli, ma che almeno godono ancora di buona reputazione letteraria. D’altronde, stigmatizzare eroicamente l’imbecillità negli altri, pensare che sui social gli imbecilli siano sempre e comunque gli altri, serve prima di tutto a questo: a marcare il territorio, a fugare ogni pericoloso dubbio, ad autocollocarci tra quelli che usano i social in modo sano e intelligente.

Non è del tutto escluso, a questo punto, che quella dell’illustre semiologo fosse una strategia mefistofelica dietro cui si celava un piano segreto, un metodo, una sorta di test per verificare quanti cripto-imbecilli sarebbero di fatto caduti nella trappola, così da ottenere l’immediata conferma della sua tesi. Tesi che sembrerebbe, in realtà, un po’ più complessa e articolata della vulgata che ne è scaturita e da cui continuiamo a trarre, a nostro piacimento, la morale spiccia e rassicurante. Basta leggere l’ultima bustina di Minerva (pubblicata nella raccolta postuma Pape Satàn aleppe) in cui Eco chiarisce la prospettiva: “Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini”.

Le puntualizzazioni di Eco sono tanto ovvie quanto sconcertanti, perché ci inchiodano all’evidenza che chiunque è un potenziale imbecille e che su Facebook, di conseguenza, siamo tutti l’imbecille di qualcuno: la mia imbecillità finisce là dove comincia la tua. Se si accetta di abitare elettivamente sui social, con le loro regole non scritte, occorre mettere nel conto questa inevitabile dose di imbecillità tutta nostra. Che gli altri non sono poi sempre così diversi da noi. A fare la differenza, semmai, è il grado di consapevolezza.

Forse alla fine la più grande, elementare lezione di Umberto Eco è stata proprio questa: esiste soltanto un metodo infallibile per non rischiare mai di fare la parte dell’imbecille su Facebook: non essere su Facebook. E non è un caso che su Facebook, per non destare sospetti, Umberto Eco non ci abbia mai messo piede. Nemmeno per dirne tutto il male possibile.

Francesco Vinci

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