Il dolore giovane

In Apertura, Punto Itaca

Marsala ricorderà a lungo questa prima metà del 2019. Sei mesi segnati da ferite profonde, che hanno scosso interiormente la comunità lilybetana. Una città – Marsala – in cui gli adolescenti fanno sempre più fatica ad immaginare il proprio futuro per la difficoltà a trovare lavoro o per l’idiosincrasia verso un sistema generale in cui le grandi potenzialità affondano tra le sabbie mobili dei disservizi, della burocrazia, della cattiva politica. Così, i giovani che restano andrebbero protetti come specie in via d’estinzione. E invece la fuga dei cervelli, purtroppo, non viene compensata da un’aura protettiva capace di tutelare i ragazzi e le ragazze marsalesi (e le loro famiglie) da disavventure, incidenti o lutti. Ai nostri giovani (e, a pensarci bene, non potrebbe essere diversamente) accadono esattamente le stesse cose che accadono ai loro coetanei in altre regioni d’Italia. Ciò non toglie, però, che non si debba tentare qualcosa in più per proteggerli. Nei mesi scorsi abbiamo parlato abbondantemente del caso di Nicoletta Indelicato e sono in tanti ad attendere aggiornamenti su una vicenda dai contorni ancora poco chiari. Quel lutto straziante e immotivato, che unì in un abbraccio collettivo l’intera città, visse pochi giorni dopo un’ulteriore appendice, con la scomparsa e il ritrovamento del cadavere di Gianni Genna, altra giovane vita spezzata in circostanze rimaste poco chiare. Pensavamo di averne avuto abbastanza per quest’anno. E invece, nel giro di una settimana, ci siamo ritrovati a fare i conti con tre incidenti mortali, in cui hanno perso la vita Carlo Modello, Emanuele Giangrande e Livio Angileri.

Quel pezzo di mondo giovane che sopravvive in questa città tra difficoltà, contraddizioni e slanci di generosità, si ritrova ancora una volta a fare i conti con un senso di vuoto che continua a riempirsi di rimpianti e domande. Me ne faccio alcune anch’io, nella consapevolezza che di fronte a tragedie di questo genere spesso un ruolo determinante appartenga al caso. Domande che possono riguardare lo stato delle nostre strade, o della nostra illuminazione pubblica. Ma soprattutto ce n’è una su cui servirebbe un confronto pubblico con le istituzioni: esiste un progetto di prevenzione che possa permettere di ridurre gli incidenti stradali? Non mi riferisco a iniziative estemporanee che, di tanto in tanto, vengono meritoriamente messe in campo da scuole, istituzioni o forze dell’ordine. Serve qualcosa di diverso e di più organico, un po’ come quando si parla di un grande piano di messa in sicurezza del territorio nazionale per far fronte ai rischi sismici. Perché noi del Sud abbiamo sangue greco nelle vene e pensiamo più a entrare nel mito, che a preservare le nostre vite, il nostro ambiente e le nostre risorse. Siamo sempre stati più dionisiaci che apollinei. Ma adesso non possiamo più permettercelo. Serve un ragionamento serio, in grado di capovolgere la prospettiva da cui si guardano le cose. Serve una cultura della prevenzione e della sicurezza stradale che forse al Sud non c’è mai stata. E’ anche da qui che può ripartire l’idea di una terra in cui valga la pena immaginare il proprio futuro.

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