Il sacrificio di Carola Rackete e il conflitto tra legge e giustizia

In Apertura, Punto Itaca

Ricorderemo a lungo il volto di Carola Rackete. Ricorderemo il suo coraggio, la sua testardaggine, la sua incoscienza, incompatibile con la cultura del nostro tempo. Il suo arresto da parte della Guardia di Finanza, salutato da insulti, urla e applausi, racchiude in maniera plastica quello che siamo diventati. Un popolo ebbro di propaganda, allucinato da quella paura dello straniero che ha sempre recitato un ruolo drammatico nella Storia del mondo e che puntualmente viene alimentata con successo, specie nei periodi di maggiore crisi economica e sociale. Un popolo che è stato indotto a credere che respingere i richiedenti asilo, tenerli in ostaggio per settimane su una nave, avrebbe contribuito a risolvere i problemi con cui si misurano quotidianamente le famiglie che stanno pagando caramente il costo della crisi economica, della precarietà, della difficoltà a trovare un’occupazione o di usufruire di servizi puntuali, di una sanità adeguata (da Nord a Sud), di una giustizia veloce, di una classe dirigente meno corrotta. Un popolo che un tempo riempiva le piazze per avere più diritti o contro la mafia e che adesso accorre al porto di Lampedusa vomitando improperi vari contro una ragazza di 30 anni in manette.

Di seguito il video:

Carola Rackete ha violato la legge, compiendo un gesto inspiegabile agli occhi di chi urla “prima gli italiani”, a chi cura ossessivamente il proprio giardino senza curarsi degli spazi comuni, a chi segue le partitelle dei figli insultando le squadre avversarie, a chi vomita odio sui social contro chi la pensa diversamente, a chi, di fronte ad ogni piccolo e grande bivio della vita, si chiede “ma chi me lo fa fare?”.  Carola Rackete ha compiuto un atto sovversivo quanto consapevole, che ha il merito di riportarci a un ragionamento più grande di Salvini, Di Maio, Conte e dell’insieme dei loro oppositori messi assieme. Un ragionamento che ci riporta al rapporto tra legge e giustizia. Due concetti che talvolta possono coincidere, ma che in certi momenti della storia possono entrare in conflitto. In uno Stato democratico è stato possibile, con l’ultimo governo Berlusconi, varare una legge contro il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Una norma che, in una sua interpretazione estensiva, può portare anche alla condanna di donne o uomini che salvano vite umane, provenienti da Paesi stranieri. Una norma che, come è stato più volte detto, va contro la legge del mare (ben nota ai pescatori) e si pone a distanza siderale da quell’articolo 10 della nostra Costituzione che prevede il diritto d’asilo allo straniero che fugge da guerre e persecuzioni. Una norma, che nonostante qualche timido tentativo, non è stata cancellata nella precedente legislatura, così come non è stata varata quella sullo Ius Soli, impedendo a chi nasce nel nostro Paese da una coppia straniera di avere la cittadinanza italiana.

Si può decidere dunque di rispettare una legge ingiusta, nel nome di un certo fondamentalismo legalitario. Oppure cercare di cambiarla, ripristinando il primato della giustizia e del rispetto dei diritti umani. Nell’idea di Repubblica che avevano i nostri padri costituenti, ne sono certo, non avrebbe avuto spazio una legge che puniva chi salvava vite umane in mare, chi metteva al sicuro i naufraghi. Il ventennio berlusconiano e il delirio sovranista di Salvini hanno reso possibile anche questo. Oggi abbiamo bisogno di una tedesca per ricordare cosa siamo e da dove veniamo. Il minimo che possiamo fare, è non rendere vano il suo sacrificio.

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