La Giornata Mondiale contro l’AIDS: in provincia di Trapani i sieropositivi sono 180

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L’ 1 dicembre 2019 ricorre la trentunesima Giornata Mondiale dedicata alla lotta contro l’AIDS, ovvero la Sindrome da Immuno Deficienza Acquisita individuata per la prima volta nel 1981 da ricercatori di Atlanta mentre la causa, ovvero l’HIV, il virus che poi dà corso alla malattia, venne identificato nel 1983. Nel mondo, dall’inizio della pandemia, si calcola che siano state 60 milioni le persone contagiate. I morti sarebbero circa 25 milioni. Questa malattia, pare che abbia avuto origine da un virus che ha infettato alcune scimmie in Africa. Alcuni uomini che avevano partecipato alla caccia di questi animali, con la conseguente vendita delle loro pellicce dopo averle scuoiati, si infettarono e a loro volta contagiarono altre persone. Da quel momento, il virus si sarebbe diffuso in tutto il mondo, trasmesso attraverso i rapporti sessuali non protetti, le trasfusioni di sangue contaminato e attraverso siringhe usate e scambiate fra persone infette. Non esiste ancora un vaccino ma, una volta individuata la malattia attraverso un test che viene eseguito gratuitamente, ci si può curare con dei farmaci antiretrovirali.

Per fare il punto sulla situazione in provincia di Trapani, abbiamo intervistato la dottoressa Francesca Savalli, direttore facente funzione, responsabile dell’ unità operativa del reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani, la quale ha risposto in modo esaustivo alle nostre domande per fare chiarezza sul virus ritenuto almeno fino a qualche tempo fa, imbattibile.

Com’è la situazione in provincia di Trapani, dottoressa Savalli? E’ in controtendenza il numero degli ammalati di AIDS?

Ci sono sempre casi nuovi, certo non come nei tempi passati, ma ci sono. La malattia chiamata HIV è sicuramente presente in provincia di Trapani.

Francesca Savalli
Francesca Savalli

Quanti casi accertati ci sono in provincia di Trapani?

Io le posso dire che noi, come Distretto, abbiamo 180 pazienti, tutti totali. Di questi 180 tutti fanno la terapia. In Sicilia, i nuovi casi ci sono sempre. Ci fu un periodo in cui calarono anche se con l’arrivo degli extracomunitari, il numero sembrò aumentare e dunque i dati risalirono nuovamente.

Molti extracomunitari sono ammalati?

Non solo. Ci sono casi anche di autoctoni. Nel 2019 abbiamo avuto 8 nuovi casi, 8 diagnosi nuove di HIV di cui 3 riscontrate su extracomunitari e questa è una tendenza che è costante e che abbiamo avuto anche negli anni passati. Abbiamo avuto casi di pazienti già con la patologia AIDS conclamata.

Come si sono accorti di avere l’AIDS?

Alcuni quasi per caso. Hanno fatto il test e sono risultati positivi. Gli altri 5, degli 8 accertati quest’anno, erano già in fase avanzata. Si tratta di persone che avevano nascosto a loro stessi quello che già sospettavano ma a volte si tratta di persone che avevano dimenticato quanto magari era avvenuto nel passato e che non avevano più eseguito gli accertamenti.

Negli anni passati come era il trend?

Più o meno uguale. In media dai 5 agli 8 casi all’anno che si aggiungevano agli altri. Nel passato comunque, i casi nuovi ogni anno, erano molti di più.

Per casi nuovi cosa si intende?

Sono persone che hanno fatto il test ed hanno scoperto la sieropositività.

I 180 casi che avete in cura, appartengono a categorie definite “a rischio” o fra di loro ci sono insospettabili?

In maggioranza sono omosessuali. Abbiamo in cura anche ex tossicodipendenti che si sono infettati con le siringhe molti anni fa. C’è un sommerso che non riusciamo a vedere ed è difficile farlo emergere. È un errore pensare che sia una malattia riguardante una nicchia di persone come omosessuali ed extracomunitari. Noi abbiamo in cura coppie e famiglie che sembrerebbero non etichettabili in nessuna di queste “categorie”.

Capita ancora che i tossicodipendenti si infettino con le siringhe?

Molto di rado. Adesso sanno come gestirsi. Negli anni ’80, ad esempio, si sapeva in effetti ben poco anche se il contagio si è sempre detto che potesse soprattutto avvenire tramite lo scambio di siringhe infette e rapporti sessuali non protetti. Di certo, le siringhe molto più facilmente trasmettono l’Epatite C anche perché il virus dell’HIV nell’ambiente esterno dura pochissimo. Ci si doveva pungere praticamente subito con lo stesso ago pochi minuti dopo, per infettarsi. Ricordiamo che in quegli anni c’erano molti drogati che facevano uso di eroina e fra di loro, scambiandosi le siringhe, si contagiavano.

Adesso invece, come avviene invece il contagio, dottoressa Savalli?

Prevalentemente per via ematica e per via sessuale. Soprattutto gli omosessuali, come già detto, erano e sono, più a rischio.

Le donne incinte malate trasmettono il virus anche al feto?

La donna incinta può trasmetterlo al bambino però, se lo dovesse scoprire, ad esempio, nei primi mesi della gravidanza, potrebbe fare la terapia antivirus, continuarla per tutto il periodo della gravidanza, e poi, durante il parto fare la profilassi intrapartum. La profilassi poi deve continuare per il bambino per quattro settimane e poi naturalmente si deve seguire il neonato per ve. Noi abbiamo avuto casi di bambini nati da mamme sieropositive e soltanto in un caso il bambino è rimasto positivo mentre tutti gli altri sono risultati negativi al test.

Quanti casi di bambini nati da donne sieropositive avete avuto in questi ultimi anni?

Il numero di preciso non lo so ma credo si aggiri intorno ai 7/8 casi di bambini e come le dicevo , soltanto uno di loro è rimasto positivo. E’ accaduto tanto tempo fa e la madre non era una che ha seguito correttamente la cura che le avevamo prescritto.

Dottoressa Savalli, a voi, prevalentemente, chi si rivolge?

Da noi vengono sia persone che non hanno la malattia conclamata, sia quelle che vogliono fare il test o persone che l’hanno fatto altrove e che si rivolgono poi a noi per le cure. Chi è malato e ancora non lo ma magari è stato indirizzato da noi dal medico curante, può eseguire il test. Se poi troviamo che risulta positivo, potrà essere ricoverato o gestito per come vuole la prassi. Ovviamente se è in una fase avanzata, dovrà fare delle cure particolari per gestire le malattie opportunistiche che può avere in corso e poi tutto il resto verrà.

Avete in cura soltanto pazienti provenienti dalla provincia di Trapani?

No, abbiamo anche qualche paziente che viene da Palermo ma comunque sono pochissimi.

Come mai da Palermo vengono qui, a Trapani?

Erano pazienti seguiti allora qui dal dottore Portelli. Lui, oltre ad essere palermitano, era il primario e alcuni malati di AIDS venivano allora qui perchè c’era lui. Sono rimasti qui a curarsi.

Il data base da cui lei attinge le informazioni, tra l’altro anche riportate nel diagramma in basso, quale periodo prende in considerazione?

I dati di cui ho parlato fanno riferimento al 2019, anno in corso, mentre il diagramma parte dal 2010. Come potete vedere, in 10 anni, i casi “nuovi “risultano 50 ma questo non vuol dire che siano nuovi ammalati. Cinquanta fa riferimento a persone che per la prima volta accedevano alla nostra Unità Ospedaliera. Sono 180, comunque, i pazienti in provincia di Trapani, come già detto. Ogni anno se ne aggiungono, 7/8.

Da quanti anni esiste questo reparto di malattie infettive a Trapani?

Questo reparto esiste dal maggio 1996. All’inizio erano pochi i pazienti e poi nel tempo sono aumentati ma questo non significa che siano aumentati come numero. Si tratta anche di persone che hanno scoperto il nostro reparto e sono venuti qui a curarsi. In questo reparto abbiamo tutte le terapie. Nel futuro se ne aggiungeranno altre che sono in fase di sperimentazione ancora. Si stanno facendo studi registrativi.

Esiste una cura che possa debellare questo virus?

L’unica cosa certa è che tutti i malati devono fare terapia a vita. Nel tempo è stata migliorata la tipologia dei farmaci.

Ovvero?

Prima queste persone erano costrette a prendere moltissime pillole. Ora, addirittura, possono prendere una sola pillola che all’interno contiene tre farmaci e potere godere di ottima salute dato che la malattia si è cronicizzata. Se si fa terapia, ovviamente il paziente, si cronicizza.

E può condurre una vita “normale”?

Una vita normalissima come tutti. Può andare incontro, nel tempo, a patologie legate agli anni che passano, ma questo vale per ognuno di noi. L’importante è l’aderenza alla terapia senza sbagliare. Farla sempre e sempre bene.

Il virus dunque non va mai via?

Va tenuto sotto controllo con la terapia che, oltretutto, non dà grossi effetti collaterali. Se si dovessero presentare effetti collaterali molto evidenti, il paziente può cambiare farmaco anche perché, per fortuna, ci sono tante categorie di farmaci.

Chi è in cura e segue la terapia scrupolosamente, è comunque contagioso?

Se il paziente controlla la viremia facendo terapia ed è stabile, possiamo considerarlo con una contagiosità non dico azzerata ma al test risulterà con una viremia “non rilevabile”.

E questo cosa significa?

Vuol dire che in teoria, può non trasmettere il virus. Non posso dire che il rischio sia 0 ma si può anche arrivare a questo.

Ma è vero dottoressa che dell’AIDS se ne parla sempre meno quasi come se la malattia non esistesse più?

Sì, è vero. Prima c’erano le associazioni che facevano molto di più anche come divulgazione di notizie e anche il Ministero della Salute in TV promuoveva una campagna pubblicitaria per la prevenzione. È anche vero che adesso della malattia si sa tutto ma forse la gente l’attenzione la pone di più quando se ne parla o quando vede i tabelloni pubblicitari. Questo però non glielo so dire con certezza.

Perché, secondo lei se ne parla sempre meno?

Controllando di più la malattia, fa meno paura. Ma la malattia non è scomparsa. C’è qualche spot pubblicitario magari nella giornata dedicata a questa malattia e poi basta ma noi siamo sempre qui, aperti a tutti per poter fare il test gratuito.

Le sono mai capitati casi in cui qualcuno pur sapendo di essere malato, ha volontariamente deciso di contagiare altre persone?

Questo non lo possiamo sapere. Tempo fa si parlò dell’untore che aveva contagiato decine di donne ma è difficile dirlo anche con i dati che abbiamo.

Tiziana Sferruggia

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