La Lega e il tabù siciliano

In Apertura, Punto Itaca
Matteo Salvini

Come abbiamo scritto ieri, i risultati dei ballottaggi di domenica, raccontano che l’astensionismo continua a crescere. Ma dicono anche che la Sicilia, e la provincia di Trapani in particolare, continuano a costituire un tabù per la Lega, per lo meno alle amministrative. Il partito di Matteo Salvini, nonostante l’esposizione mediatica del suo leader e il mini tour elettorale delle scorse settimane, non è andato oltre qualche bandierina piazzata in Consiglio comunale. E’ vero, a Mazara Giorgio Randazzo è arrivato al ballottaggio, giungendo a poco meno di mille voti da Salvatore Quinci. Ma si tratta di un risultato personale: senza il simbolo della Lega, Randazzo avrebbe preso gli stessi voti. E anche il bagno di folla che ha accolto Salvini, si è rivelato più frutto di curiosità che di condivisione politica.

Evidentemente, nonostante la campagna acquisti degli ultimi anni abbia portato numerosi ex rappresentanti dei partiti tradizionali tra le braccia del vicepremier, tanti siciliani continuano a non dimenticare la retorica antimeridionalista che a lungo ha rappresentato la principale base programmatica della Lega. E anche se i volti di Bossi, Borghezio e Gentilini non si vedono più in tv, i loro slogan sono rimasti nell’immaginario collettivo. Né la propaganda contro i migranti, da sola, può distogliere l’attenzione dalle difficoltà che il Sud vive quotidianamente: dalla presenza delle organizzazioni criminali alla carenza di infrastrutture e posti di lavoro, fino all’emigrazione giovanile. Resta da capire se il dato delle amministrative verrà replicato anche alle Europee, che costituiscono un appuntamento dai connotati completamente diversi. Salvini, ormai, non fa il Ministro da settimane: impegnato in una campagna elettorale permanente, spera adesso di passare all’incasso per poi magari ridiscutere il contratto di governo con i 5 Stelle. Si sfregano le mani anche i suoi luogotenenti del Sud, saliti sul carro del presunto vincitore e fiduciosi di poter approdare a Bruxelles per i prossimi 5 anni.

Di fatto, sarà un referendum sull’Europa che verrà e sull’indirizzo che la politica italiana prenderà nell’immediato futuro. Pensare di andare al mare, il prossimo 26 maggio, sarebbe una scelta incomprensibile.

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