La mafia marsalese da Natale Bonafede agli ultimi arresti

In Antimafia, Apertura, Marsala
panoramica Marsala

Nell’ambito dell’operazione “Scrigno”, l’ordinanza a firma del gip Piergiorgio Morosini dedica un paragrafo a parte alla famiglia mafiosa marsalese, storicamente legata al mandamento di Mazara del Vallo, ma – da quanto emerso dalle indagini – capace di buoni rapporti con i principali rappresentanti trapanesi di Cosa Nostra. Nella ricostruzione che si legge nell’ordinanza, si cita la reggenza di Natale Bonafede, uomo di fiducia dei corleonesi, arrestato nel 2003 in seguito ad una delle tre inchieste del progetto “Peronospera”. Dagli atti emerge come, seppur da una condizione di latitanza (era stato condannato all’ergastolo) fu Antonino Rallo a sostituire Bonafede dopo il suo arresto e fino al 2007. Dopo di che, gli subentrò il fratello Vito Vincenzo Rallo, che mantenne tale ruolo fino al 3 luglio del 2009, allorchè fu raggiunto da una misura restrittiva della libertà personale.

Antonino Bonafede
Antonino Bonafede

Quella immediatamente successiva alle operazioni del progetto Peronospera (conclusesi nel 2005) fu comunque una fase difficile per la famiglia mafiosa marsalese, tanto da portare Matteo Messina Denaro a scrivere nel noto carteggio con l’ex sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino (si firmavano rispettivamente Alessio e Svetonio) “che a Marsala non erano rimaste neanche le sedie” e che era stati arrestati “anche i rimpiazzi dei rimpiazzi”. A Vito Vincenzo Rallo subentrò l’anziano Antonino Bonafede, padre dell’ergastolano Natale. Bonafede fu coinvolto nel 2015 nell’operazione “The witness” (assieme a Vincenzo Giappone, considerato il cassiere della “famiglia”), in seguito alla quale è stato condannato a 16 anni di reclusione. La sua leadership si era però rivelata una breve parentesi, in attesa della scarcerazione di Vito Vincenzo Rallo, avvenuta nel settembre 2013. L’operazione Visir del maggio 2017 portò ancora una volta al fermo di Rallo e di altri sodali della “famiglia” lilybetana, tra cui Nicolò Sfraga e Michele Giacalone, che nell’operazione “Scrigno” risultano in relazione con la mafia trapanese. Le indagini di Visir, tra le altre cose, svelarono come fu proprio Matteo Messina Denaro ad intervenire in più occasioni per sedare le tensioni all’interno del sodalizio malavitoso marsalese. Attraverso Sfraga, il boss latitante fece sapere di essere pronto a intervenire “manu militari” per risolvere eventuali inadempienze da parte degli affiliati lilybetani.

RALLO VITO VINCENZO
Vito Vincenzo Rallo

Gli affari ruotano intorno agli interessi di sempre, dall’edilizia al mercato della droga. A riguardo, resta sullo sfondo la vicenda che ha determinato l’omicidio del maresciallo Silvio Mirarchi: un caso solo parzialmente risolto con la condanna in primo grado dell’agricoltore marsalese Nicolò Girgenti per omicidio in concorso (con soggetti al momento ignoti). La tragica notte del 31 maggio 2016 contribuì comunque ad alzare il livello di attenzione sulla riconversione di molte serre del territorio per la coltivazione illecita di canapa.

Così conclude l’ordinanza di Morosini: “Rallo e Sfraga” in sede di giudizio abbreviato, verranno condannati rispettivamente alla pena di anni 16 e anni 14 di reclusione, per il reato di cui all’articolo 416 bis comma 2 c.p. (ruolo direttivo), con sentenza del Gup del Tribunale di Palermo del 12.7.2018. Come si vedrà, sono stati accertati stretti ed intensi rapporti tra le famiglie mafiose di Marsala e Trapani, grazie al dinamismo di Giuseppe Piccione (odierno indagato), protagonista di molteplici riunioni mafiose con Francesco Virga”. Ed è proprio da qui, dall’operazione “Scrigno” che potrebbero riaprirsi nuovi scenari utili a comprendere le strategie e gli uomini di Cosa Nostra a Marsala.

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