Le blatte e la nostra coscienza sporca

In Apertura, Gratta e Vinci
blatta

Ho l’impressione che verrà il giorno in cui la razza dominatrice sarà quella dei blattoidei. Gli scarafaggi hanno infatti invaso da tempo, silenziosamente, i nostri territori e sono pronti a colonizzarci. Abbiamo coniato persino neologismi orrendi come deblattizzazione pur di liberarcene, ma al contrario la loro invadenza sta diventando sempre più minacciosa. Eppure erano una specie schiva, con poche pretese, pressoché invisibile e discreta: le blatte esistevano soprattutto come spauracchio o allegoria, e si usavano a fini didascalici nelle fiabe mediterranee o nei momenti topici di certi film horror. Adesso invece fanno di tutto per manifestare la loro presenza letterale e quotidiana: sbucano dai vicoli notturni, ci tagliano spavaldamente la strada, fanno capolino dalla più insospettabile fessura domestica pur di mettersi in mostra. Forse a furia di spiarci dai loro irraggiungibili rifugi sono diventate per puro spirito di emulazione delle insopportabili primedonne.

La loro stagione prediletta è l’estate, e anche se l’estate è ufficialmente finita, a ricordarcene gli echi perenni rimangono questi insetti spudorati e imprevedibili, pronti a improvvisare le loro sfilate con un esibizionismo a dir poco intollerabile. Una volta il terrore dietro l’angolo era incarnato da rapinatori e strangolatori solitari: ora si annida sotto il frigorifero e ha le antenne maestose di una blatta. Prima o poi persino il mare diventerà monopolio delle blatte, di una “lucentezza funebre”, come nell’omonimo racconto di Tommaso Landolfi. Probabilmente un piano segreto si nasconde dietro il rumore infestante del loro passaggio fulmineo. E non è del tutto escluso che abbiano in una qualche mente un progetto politico o delle oscure velleità ambientaliste. Tanto da poter fondare, dal loro punto di vista, un movimento per l’estinzione dell’uomo. O da istituire un vero e proprio regime, così da cambiare per sempre il nostro immaginario e renderci sempre più affini ai loro costumi, fino ad assumere kafkianamente le loro sembianze. D’altronde, ho letto con una certa apprensione su Wikipedia che esistono più di quattromila specie di blatte e che alcune di loro si dividono scientificamente in germaniche e americane. Che hanno notevoli velocità di movimento, da far impallidire qualsiasi corridore, e che la loro vita relazionale è spesso segnata dalle loro stesse deiezioni. Ce n’è abbastanza per popolare i parlamenti di tutto il mondo.

Le blatte ci costringeranno a non oltrepassare mai il limite delle nostre gabbie asettiche, dal momento che ormai animano i nostri incubi urbani più inquietanti, a riscrivere i nostri manuali di igiene e a ripensare i nostri confini biologici. Non c’è chimica, farmaceutica o etologia che riuscirà a fermarle.

A differenza dei più eruditi vermi, non sembrano tuttavia nutrire alcun interesse per l’antropofagia. Potremmo dunque imparare a conviverci e ad allevarle come amabili animali da compagnia. Perché se cani e gatti sono i custodi del nostro istinto più tenero e protettivo, le blatte rappresentano perfettamente la nostra coscienza sporca.

Conosco un apprendista misantropo che ha adottato un’intera colonia di blatte. E mi assicura che, pur essendo meno affettuose delle piattole e meno sedentarie dei ragni, lo fanno sentire meno solo e incompreso nelle afose sere d’estate, quando le finestre sono spalancate all’ignoto, e sei alla ricerca di brividi un po’ più epidermici di quelli che potrebbe darti l’ennesima replica del solito thriller in televisione. Tutto sommato le blatte sarebbero creature concilianti. Essendo cosmopolite, potrebbero poi conoscere le lingue, e non è detto che alla fine non abbiano pure un cuore. In fin dei conti, meglio provare a ragionarci senza pregiudizi.

Proprio adesso, per esempio, con la coda dell’occhio scorgo una blatta attraversare furtivamente il pavimento della cucina. Se proprio siamo destinati a convivere, ci sarà almeno un modo meno umano per farle capire che sarebbe ora di instaurare un rapporto più costruttivo?

Francesco Vinci

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