Le ceneri di Pasolini

In Apertura, Gratta e Vinci

“La morte non è nel / non poter più comunicare / ma nel non poter più essere compresi” – scrive Pier Paolo Pasolini undici anni prima di essere assassinato. Da quella oscura, troppo oscura notte all’Idroscalo di Ostia del 2 novembre del ’75 di anni ne sono ora passati quarantaquattro: un tempo in apparenza tanto lungo e distante quanto ancora invece troppo ravvicinato per accostarsi pacificamente alle ceneri ben custodite, ma mai del tutto spente, di Pasolini. Eppure è un tempo sufficiente per chiedersi, una volta di più, quanto le ragioni della sua sempre aperta officina di poeta, delle sue collaudate profezie, della sua strenua e appassionata militanza politica e del suo febbrile artigianato di cineasta – al di là della liturgia degli anniversari tondi e delle celebrazioni accademiche –  continuino oggi a essere veramente comprese.

Più citato che letto per davvero, Pasolini rischia infatti di essere soltanto colui che sapeva ma non aveva le prove, quello dell’inflazionatissima supplica alle madri, e naturalmente l’imbalsamato autore di “T’insegneranno a non splendere. E tu prepara un decaffeinato, intanto”. Nell’epoca dei feticci social e delle approssimazioni agiografiche, nemmeno la figura e l’opera di Pasolini si sottraggono al rito barbarico delle banalizzazioni, delle false attribuzioni e dell’iconografia for dummies. Forse fin troppo consapevole di tutto questo, piuttosto che rinchiudersi dentro un silenzio rassegnato e eloquente, oggi il poeta di Casarsa affiderebbe il suo spirito corsaro proprio a un profilo Facebook, o magari twitterebbe i suoi versi più lapidari e incivili, ma soltanto per avvertirci dei pericoli del nuovo fascismo digitale. C’è poi da scommetterci che oggi Pasolini parteciperebbe orgogliosamente in giacca e cravatta alle parate dei Gay Pride per metterci in guardia, ancora una volta, dalla falsa tolleranza del potere. Per parlarci a modo suo della definitiva supremazia del consumismo e dell’omologazione culturale.

Pier Paolo Pasolini

D’altronde, Pasolini non aveva timore di dare del tu alle sue contraddizioni, di mettere in campo la sua stessa vita a tutto tondo, con lo spirito sacrificale di chi offre al proprio tempo il corpo del suo dissenso: una spudoratezza che si presta a innumerevoli seduzioni ma che ancora oggi, nonostante tutto, non gli si perdona fino in fondo.

E così, un classico che rimane sostanzialmente refrattario a qualsivoglia canone come Pasolini, in bilico perenne tra passione e ideologia, continua ancora – e per fortuna – a seminare dubbi e a creare contrasti, divisioni, dibattiti. Oltre a essere oggetto di costanti riletture, riscoperte, talvolta di ragionati ridimensionamenti persino tra i suoi più antichi lettori, o di inquietanti riabilitazioni di segno reazionario, per le sue esibite nostalgie ‘passatiste’ e la sua ambigua difesa delle tradizioni. Perché, a pensarci bene, è difficile individuare nel secolo scorso un modello altrettanto lucido e ‘disarmato’ di “coraggio intellettuale”. Quella di Pasolini è dunque, alla fine, un’eredità schiacciante, controversa, pressoché impossibile da rimuovere, con cui continuiamo a fare incessantemente i conti.

Francesco Vinci

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