L’estate del nostro scontento

In Apertura, Gratta e Vinci

Fonte inesauribile di ispirazioni letterarie, artistiche e cliniche, l’estate è probabilmente la stagione più controversa dell’anno. Forse più ancora dell’odiosamata primavera. Difatti l’umanità si divide da sempre, inesorabilmente, in quelli che amano l’estate e in quelli che la odiano. E un po’ come accade per le tifoserie di tutte le specie, gli uni non si capacitano dell’esistenza degli altri. Tolta la tenerezza selvaggia dei ricordi infantili e degli esperimenti balneari, io appartengo alla fazione disarmata di quelli che ritengono l’estate una stagione pressoché infrequentabile.

Non c’è nuvola di York che possa glorificare, al bisogno, l’estate del nostro scontento. L’estate è untuosa e calda come i baci che ha perduto Bruno Martino. Che giustamente cantava tutto il suo odio per questa stagione che ci rende immobili e letargici, spacciandolo per la solita tormentatissima delusione amorosa. L’estate è la stagione dell’eroica resistenza all’afa e al torpore, alla sistematica desertificazione di tutti i sensi. A una muta e indistinta fiacchezza. Un limbo perenne in cui si rimane da soli, come in preghiera, a meditare confusamente su come uscire dal tunnel dell’ipotensione arteriosa e si invocano a intercessione salvifica gli dèi più prossimi della mitologia stagionale: Polase, Sustenium, Supradyn. D’estate aumenta la produzione seriale dell’ectoplasma, scopri sulla tua pelle che il nome scientifico delle zanzare più assetate è culex pipiens molestos, cerchi invano riparo nella tua stessa ombra, i supermercati sono un ricettacolo di bradipi che indugiano al reparto ortofrutta e simulano una perenne incertezza tra un bagnoschiuma e l’altro, con in mano una fittizia lista della spesa, pur di concedersi la loro ora d’aria condizionata, e non tornare fuori nella canicola.

Non è un caso che uno dei più temibili anticicloni sia stato ribattezzato Caronte. Le notti d’estate sono infatti l’anticipazione terrena del girone infernale, lastricato dell’unica buona intenzione di prendere sonno, quando le lenzuola diventano un sudario sconfinato, il cuscino anatomico è colto a sua volta da una tale nostalgia dell’inverno che a un certo punto si accende e si trasforma in un vecchio e inseparabile scaldino. Ci si abbandona, così, alle pale del ventilatore come alle forti e instancabili braccia di un angelo refrigerante che continua stoicamente a vegliare sui nostri sonni precari. E i rari sogni che ci sono concessi in quelle poche e agitate ore di riposo sono tutti ambientati in Groenlandia. Tanto che il mattino dopo ci si sveglia con una voglia irrefrenabile di scendere giù in strada e fermare il primo passante per chiedergli con il tono dell’aspirante missionario: “Scusi, è qui che si raccolgono le firme per l’abolizione dell’estate?”.

Alla fine, suppongo che sia ancora una volta tutta una questione di geni. Esemplare è il passo del Gattopardo in cui il principe di Salina spiega sapientemente al cavaliere piemontese Aimone Chevalley di Monterzuolo come l’estate sia la stagione più lunga e più estenuante dell’anno con cui un siciliano deve fare i conti, e quanto questo pesante fardello climatico influisca sul suo temperamento: “questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre”.

“Come fai a non amare l’estate?” insiste nonostante tutto l’amico già con i primi segni dell’abbronzatura: la divisa ufficiale degli arruolati nell’esercito degli estivofili. Mi fissa con un misto di incredulità e commiserazione. C’è qualcosa, però, che non torna perché il mio amico non è piemontese come Chevalley, ma siciliano come me. Che abbia discendenze torinesi o una nonna di Helsinki? Sono un po’ confuso, devo rifletterci meglio. Oggi però fa troppo caldo per pensarci. Ci penserò domani. O, meglio ancora, in autunno.

Francesco Vinci

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