“Ma che colpa abbiamo noi?”. Lettera semiseria a Moni Ovadia

In Sillabario

 

Caro Moni Ovadia,

in questi giorni ti hanno dedicato lettere aperte, invocazioni, elogi sperticati e critiche profonde.

Io non ti conosco, ma, contrariamenta alla canzone di Mina, so chi sei. So chi sei nella tua dimensione pubblica, quella di artista libero e intellettuale senza fronzoli. Perciò, prima di dire come la penso sui tuoi rapporti con Marsala e il suo mondo cosiddetto culturale e politico, ti pongo la classica domanda delle cento pistole: ma chi te l’ha fatto fare?

Vedi, e mi scuso se continuo il tono colloquiale e diretto, pur nell’improbabilità che la mia lettera possa essere letta da te, ma credo sia preferibile perché sento di comunicare con una persona libera, pur nella difficoltà di definire il concetto di libertà almeno da Spinoza in poi.

Non so come tu sia capitato nel girone infernale del teatro marsalese e quale grado di conoscenza tu abbia della societa’ lilibetana.

Per aiutarti a saperne di più, ti consiglio di leggere tre libelli che cercano di definirne l’humus e mi scuso se due di questi sono scritti da me. Sono libri che non hanno ambizioni universali e sono dedicati alla società marsalese.

I libri sono :

a) Riso all’ortica, scritto da Renato Polizzi:

b, c) Il Marsalese e il Marsalese atto secondo, scritti da me.

Se, e ne dubito, avrai voglia di leggerli, forse comprenderai meglio quello che ti sta accadendo in questi giorni, stretto come mi sembri tra la polemica degli artisti e la politica locale.

Che presuntuoso, dirai e diranno i lettori, suggerire a un grande artista alcuni libelli scritti da autori locali. E due persino dall’autore di questa lettera. Invece credo, e per questo lo faccio, non si tratti di presunzione, ma di aiuto alla comprensione.

Il mondo cosiddetto culturale della città, e ne parlo in questi termini perché considero il concetto di cultura in senso sociologico e antropologico – e quindi molto distante dall’essere sinonimo di erudizione o di pedanteria libresca – ha sempre litigato dalle nostre parti, e spesso non per nobili cause. Gli scontri, quasi sempre, sono stati figli del più bieco provincialismo e dell’adorazione di totem immaginari che non s’intendono scalfire.

Provo a raccontarti qualcosa.

Verso la fine degli anni’90 , eletto il Sindaco Galfano, venne designata quale Assessore alla Cultura una docente liceale di materie letterarie, molto colta e di straordinaria capacità oratoria. Ma il mondo “culturale” si ribellò contro l’Assessora e il sindaco del tempo per la mancata nomina ad esperto del precedente assessore e, senza alcun motivo, si raccolsero firme e si affissero manifesti murali che emettevano la sentenza definitiva e inappellabile: la cultura è morta!

Quindi, caro Moni Ovadia, nessuno può accusarti di avere ucciso la cultura in questa città. Era già defunta, almeno tra gli improvvidi firmatari del manifesto del tempo, tra cui molti tuoi sostenitori di adesso.

Che colpa aveva la docente? Forse di essere donna e non avere la barba…

E noi, noi cittadini, sempre per dirla con il titolo di un’altra canzone: “Che colpa abbiamo noi?”

Quale il peccato originale da espiare per assistere a questa lunga scia di polemiche inutili, dannose e provinciali?

Dopo tanti anni – siamo ai primi anni del duemila – ho tentato in prima persona, sostenendo un comitato civico allora proteso verso la riapertura del Teatro Comunale “Sollima”, di mettere insieme tutti coloro che avevano a cuore le sorti del teatro a Marsala.

Venni ben presto colpito dal presunto fuoco amico e dall’immancabile fuoco nemico. Ogni partecipante al tavolo, qualcuno più degli altri, lanciò strali contro altri invitati, emettendo una lapidaria sentenza: “se partecipa Tizio, io abbandono”.

Era il tempo in cui venne introdottotacitamente un nuovo reato” teatrale” a Marsala: non si poteva avanzare nessuna critica alla scuola di teatro diretta dal compianto Michele Perriera. I trasgressori, infatti, erano puniti con le fiamme eterne dell’esilio.

Il tentativo, com’era intuibile con il senno di poi, falliì miseramente ed altri, anche più recenti seguirono il suo mesto corso.

Ma che colpa abbiamo noi? Continuo a dire e scrivere, e che colpa hai tu, caro Moni? Nessuna davvero. Qui si litigava per un posto in prima fila, allora come adesso.

I tempi, nella terra del Gattopardo, è risaputo, cambiano per non cambiare mai!

Non sono perciò le frasi, più o meno vere e infelici, dell’attuale Sindaco nei confronti degli “artisti locali” o il manifesto in favore della cultura, che anch’io, nonostante abbia collaborato alla stesura del programma del Sindaco, ho sottoscrito, a intorpidire le acque culturali della città. E’, purtroppo, soltanto un triste deja vù.

Tu, caro Moni, come tutti noi che assistiamo, più o meno impotenti, all’annosa querelle di sapore kafkiano, sei sempre più dentro la famosa canzone dei “Rokes” che ha appunto questo titolo e allora, sdrammatizzando un po’, anche nell’imminenza della kermesse sanremese, non possiamo che cantare, ancora una volta: “Ma che colpa abbiamo noi?”.

Con la mia sincera stima,

Fabio D’Anna

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