Non c’è diffamazione: storia di un articolo, di tante querele e di una prima importante archiviazione

In Apertura, Punto Itaca

Raramente la nostra testata parla del proprio lavoro, lasciando che siano i lettori a valutarlo autonomamente. Oggi mi sento di fare uno strappo alla regola per raccontare una vicenda di cui siamo stati protagonisti e che ieri ha avuto un parziale ma significativo epilogo.

Il giudice Riccardo Alcamo ha infatti disposto l’archiviazione del procedimento aperto nei miei confronti (in qualità di direttore responsabile) e nei confronti della giornalista Linda Ferrara (collaboratrice di Itaca Notizie) per un articolo, pubblicato il 7 settembre del 2017, dal titolo “Riparte il processo Perricone: trent’anni di intrecci tra mafia, politica, imprenditoria locale (e non solo)”.  Il giudice Alcamo ha accolto la richiesta di archiviazione a sua volta formulata dal pubblico ministero Nicolò Volpe, in ordine alla querela per diffamazione a mezzo stampa presentata nei nostri confronti da quattro noti esponenti politici di Alcamo: gli ex sindaci Giacomo Scala e Sebastiano Bonventre; l’ex assessore Antonino Manno e l’ex consigliere comunale Gaetano Intravaia. Una decisione, quella del gip, che conferma la correttezza del nostro operato e per la quale voglio qui esprimere viva soddisfazione. Una menzione particolare la merita il nostro avvocato, Caterina Cardinale, che ci ha seguiti con professionalità esemplare in un percorso a tratti tortuoso, in cui la sua competenza in materia si è rivelata quanto mai preziosa.

L’articolo in questione prende le mosse dall’inchiesta “Affari Sporchi”, coordinata dai pubblici ministeri della Procura di Trapani Rossana Penna e Marco Verzera, che nel maggio del 2016 aveva portato all’arresto dell’ex vicesindaco di Alcamo, Pasquale Perricone, uno degli uomini più influenti della politica trapanese. Una vicenda che, al di là della mera notizia di cronaca, che ha trovato spazio anche sulla stampa nazionale, meritava di essere raccontata in maniera articolata come Linda ha fatto seguendo le regole del giornalismo d’inchiesta, ossia procurandosi le “carte”: l’ordinanza applicativa delle misure cautelari, firmata dal gip Emanuele Cersosimo e la richiesta di applicazione di misure cautelari, sottoscritta dai pubblici ministeri Penna e Verzera.

Un lavoro accurato di ricostruzione, durato mesi, durante i quali ci siamo spesso confrontati in modo da poter restituire ai nostri lettori una ricostruzione rigorosa della gestione del potere ad Alcamo negli ultimi decenni. Ne è venuta fuori un’inchiesta che mette insieme nomi, circostanze e vicende, che hanno una loro valenza a prescindere da come finirà il processo che si sta celebrando al Tribunale di Trapani e che vede tra gli imputati Pasquale Perricone. I soggetti querelanti si sono evidentemente irritati alla visione dei loro nomi all’interno dell’articolo in questione, laddove – citando le “carte” – si spiega come funzionava il sistema di potere creato da Perricone, che soleva dare disposizioni a numerosi esponenti della politica alcamese anche nei periodi in cui non aveva alcun incarico pubblico. Vero è che i soggetti non sono imputati nel “processo Perricone”, ma i loro nominativi compaiono più volte nei fascicoli dell’inchiesta e, a nostro avviso, i cittadini avevano il diritto di essere informati sulle circostanze relative a un contesto più ampio di quello inizialmente raccontato dagli organi di stampa. Il giudice Riccardo Alcamo, peraltro, dà atto all’articolo di Linda Ferrara di non aver in alcun modo travisato o alterato i contenuti del provvedimento giudiziario, evitando così di accrescerne la portata in maniera lesiva nei confronti della reputazione di Scala, Bonventre, Manno e Intravaia. Per lo stesso articolo, siamo stati querelati anche da altri soggetti: una delle denunce proviene dall’ex assessore Gianluca Abbinanti e proprio ieri, accogliendo l’istanza del nostro avvocato Caterina Cardinale, il giudice Piero Grillo ha disposto l’incompetenza territoriale del Tribunale di Trapani, trasmettendo gli atti a Marsala. Anche qui, attenderemo pazientemente che la giustizia faccia il suo corso, con la serenità di chi ritiene di aver operato correttamente.

Va detto che la nostra testata non ha mai seguito la logica dello “sbatti il mostro in prima pagina”, perché sa che il giornalismo è altra cosa e non crede all’esistenza di “mostri”, ma – al massimo – di comportamenti individuali o collettivi che possono avere un’incidenza importante sulla vita delle comunità in cui viviamo. In Sicilia e nelle regioni del Sud in genere, spesso la politica ha alimentato familismi, logiche clientelari e comitati d’affari: tutti fenomeni che la nostra redazione ha sempre combattuto, custodendo un’autonomia di pensiero e un’onestà intellettuale che ci vengono dai più riconosciute e che rivendichiamo con orgoglio, nella consapevolezza che l’unico “padrone” a cui dovremo rispondere è il nostro lettore. Sulle nostre pagine non leggerete mai campagne mediatiche dettate da sponsor politici o da lobby, magari nel corso di una campagna elettorale. La nostra libertà non è mai stata in vendita e mai lo sarà: nonostante pressioni, “consigli interessati”, proposte indecenti e attacchi scorretti, siamo sempre andati avanti per la nostra strada.

Nei confronti di chi ci segue, per citare il compianto Pippo Fava, abbiamo sempre sentito il dovere di esercitare “un giornalismo fatto di verità”, perché “un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali […], impone ai politici il buon governo”. Proprio a proposito di servizi sociali, il nostro giornale sta portando avanti da tempo una battaglia di civiltà che intende far luce sulle zone d’ombra che si sono create nel tempo a Marsala in un settore che riveste un’estrema importanza per un pezzo importante della comunità locale e che spesso è stato oggetto di intromissioni interessate da parte della politica. Fino a ieri, anche in Consiglio comunale qualcuno si è sentito in dovere di bacchettarci, ma sono cose messe in conto nel mondo dell’informazione, come accadeva anche ai tempi della distilleria Bertolino e negli anni dell’operazione “Peronospera”.

In quest’ottica, con i mezzi che una testata locale può avere, abbiamo cercato di seguire la lezione di Pippo Fava, Mauro Rostagno, Mario Francese, Beppe Alfano, Peppino Impastato, Giovanni Spampinato e di tutti quei giornalisti che hanno rinunciato (e ancora oggi rinunciano) alle seduzioni delle ricche redazioni del nord per restare a raccontare questa Sicilia piena di contraddizioni, in cui spesso è difficile distinguere il bene dal male e il falso dal vero. Lo abbiamo fatto con umiltà e sobrietà, nell’ostinato rispetto dei principi base di questa professione e seguendo la logica di chi sa bene quanta responsabilità ci sia nell’informare l’opinione pubblica su ciò che accade ogni giorno, rifuggendo da certi sensazionalismi, utili solo a produrre qualche click in più. Ma quella è roba da cinici. E come scriveva Ryszard Kapuscinski, “il cinico non è adatto a questo mestiere”.

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