Odio gli indifferenti e il sushi

In Apertura, Gratta e Vinci
Sushi per Gratta e Vinci

Arriva prima o poi nella vita di ogni uomo il momento di prendere, come si suol dire, il coraggio a quattro mani e di fare coming out. Per me questo momento è arrivato, adesso: non mi piace il sushi. So bene che parlare di sushi, ormai, è come parlare di cotechino o di panelle o di sarde a beccafico, e che il mio rischia di essere un disagio di retroguardia. Ma so anche che questa pubblica confessione rimetterà in discussione il mio già precario rapporto con il mondo circostante: mi costerà scomuniche eccellenti, mi alienerà amicizie, desterà scandalo negli ambienti della movida locale, confermerà il mio status di irredimibile ‘sociopatico’. Una sorte persino peggiore di quella dell’astemio, che almeno potrà contare, per sua discolpa, su qualche patologia incompatibile con l’assunzione di alcolici. Per chi non ama il sushi, invece, non c’è giustificazione o corrente teosofica che tenga.

Sarà una mia congettura da spaghettaro inveterato e un po’ snob, ma ho talvolta la sensazione che se non vuoi destare sospetti e incappare nella giusta riprovazione sociale, da qualche tempo a questa parte, devi dichiarare all’universo – con il piglio severo dell’intenditore e l’acquolina alla bocca da far invidia a qualunque emoticon – che non mangeresti altro al mondo che sushi. Che non puoi vivere senza. Che il sushi dovrebbe essere considerato patrimonio dell’umanità.

Probabilmente, dopo il mio sofferto coming out, potrò contare soltanto sulla solidarietà e sugli inviti a cena di un amico, il mio solo amico che si ostina a mangiare quasi clandestinamente grigliate di pesce e fritture miste, e che è stato diseredato dalla famiglia per manifesta indegnità sul fronte dei gusti culinari.

Eppure, come tutti i nati sotto il segno del Toro, ho sempre onorato la buona tavola di tutte le specie gastronomiche. Non c’è preclusione ideologica e culturale o igienistica nel mio rifiuto. Anzi, in cucina sono tendenzialmente onnivoro e spudorato. Mi piacciono le sperimentazioni, le contaminazioni che metterebbero in difficoltà persino Apicio, e spesso forzando la diffidenza di amici parenti e conoscenti, ho assaggiato con curiosità famelica e temeraria tante cucine esotiche. Il sushi, però, non mi piace. O meglio, non mi piace il sushi che ho provato.

L’amica sushimane che da anni cerca pazientemente di iniziarmi alle delizie della cucina nipponica mi ha spiegato, infatti, che la nozione di sushi è di per sé generica e che il sushi è un mondo tutto da scoprire. Che non si riduce tutto a riso e pesce crudo. Che quella del sushi può essere considerata una moda ormai soltanto nei più remoti villaggi della periferia italiana.

Ricordo che qualche anno fa, quando in Italia il sushi non era ancora così epidemico, uno chef comunista di origini giapponesi provò una volta a variare nel suo ristorante il solito menù militante con alcuni piatti a base di bambini crudi. L’esperimento, però, ebbe così scarso successo che quell’anno i clienti delusi si convertirono in massa al veganesimo – tanto che molti illustri politologi fanno risalire a quella vicenda le radici profonde della lunga crisi della Sinistra. Pare addirittura che l’abusatissima citazione gramsciana fosse originariamente “Odio gli indifferenti e il sushi”, ma che il povero Gramsci fu costretto successivamente a ritrattare la sua idiosincrasia per il cibo giapponese per timore di equivoci e di ulteriori rappresaglie politiche. E difatti il partito del sushi, nel frattempo, è diventato trasversale e di maggioranza.

Mentre scrivo questo pezzo, scopro che proprio in questi giorni la Regione Lombardia ha approvato una norma che obbligherebbe, nel segno dell’autarchia, tutti gli agriturismi del territorio a utilizzare l’80% di prodotti lombardi e il 100% di pesce e vini lombardi. Ecco, a ripensarci bene, di fronte a uno Stato che ti dice cosa devi e cosa non devi mangiare, forse è arrivato il momento di rivalutare seriamente il sushi.

Francesco Vinci

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