Pambieri e quello “stato di frenetica follia” pirandelliana al “Sollima”

In Marsala, Recensioni, Teatro
Giuseppe Pambieri

“Sul mare africano” Giuseppe Pambieri, è venuto a raccontarci al Teatro comunale “E. Sollima”, la vita di Luigi Pirandello, colui che “cadde una notte di giugno” come una lucciola sotto un gran pino solitario. Uno spettacolo, “Centomila, Uno, Nessuno”, di costruzione non certo semplice. Perché Pambieri si addentra nella vita dello scrittore siciliano, uno dei più grandi del suo tempo, riuscendo a far interagire quattro opere pirandelliane – “Non si sa come”, “Sei personaggi in cerca d’autore”, “L’uomo dal fiore in bocca”, “I giganti della montagna” – con i sussulti, le paure e le angosce di un uomo nato nel “Kaos”.

Pambieri ha l’innata forza comunicativa dell’immenso attore che è, le sue mani si muovono e sono calamita per lo spettatore, ipnotizzato dalla sua calda voce, anche quando si esprime in dialetto siciliano. Dalla nascita in una famiglia patriarcale, di un padre assente per lavoro, “imponente e collerico”, dall’amante facile, Pambieri ci mostra un Pirandello nudo, che già gracile in tenera età era un grande osservatore dell’individuo. Ed osservando l’uomo del suo tempo, vissuto in quello “stato di frenetica follia”, lo scrittore siciliano aveva lo sguardo lungo un futuro. Il nostro.

Un Pirandello intimidito di fronte ai turbamenti di un bambino cresciuto da una cameriera, con poca fede e tanta passione per le materie umanistiche, un ragazzino che affronta gli studi con un precettore che lo definiva “un picciriddru tardo”… o forse solo bramoso di sapere. E furono gli anni palermitani al Ginnasio che gli donarono la spinta che lo portarono ad essere uomo… mentre Pambieri sul palco mima guizzi eccitati, narra di amori fuggevoli e vergognosi, tra seni profumati e… zolfo. Un Pirandello uomo, marito, professore… un Pirandello per cui “ci sono cose che non si possono dire”, l’Università a Roma da cui fu cacciato e poi Bonn.

Nel matinée di ieri, gli studenti marsalesi forse sono rimasti “sconvolti” o più consapevoli dei loro studi sullo scrittore agrigentino, lasciandosi sfuggire anche un sorriso. Ed hanno anche scoperto che Pirandello era le sue opere, le sue opere erano la vita, le paure, gli impeti di un Pirandello inedito come quello di Pambieri, vinto dal pensiero della scomparsa, dalla morte, dall’idea del “gusto della vita che non si può soddisfare mai”, i ricordi a cui ci leghiamo, a cui apparteniamo. Giuseppe Pambieri è riuscito sulla scena a far rinascere Pirandello dai suoi personaggi, a fargli vivere “una vita che non era la sua”, perché questo era “Luigino”.

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