Pasqua con chi vuoi

In Apertura, Gratta e Vinci
uova di Haring

Pasqua bussa insistentemente alle porte, come una vecchia conoscenza di cui ricordiamo le abitudini, e che sarebbe oltremodo scortese non fare entrare. Tutto sommato, a dispetto della sua componente spettacolare e della sua tradizione splatter, la Pasqua è forse la più discreta e la meno strettamente familistica tra tutte le feste comandate. Ciò che infatti rende ogni anno impegnativo il Natale è quella amabile coercizione a essere tutti più buoni, mentre a Pasqua possiamo continuare umanamente a vegliare, come durante il resto dell’anno, su quella che Jules Renard (nel suo Diario) definisce “la nostra cattiveria che dorme”. Per quanto non meno obbligata di quella natalizia, al contrario, la ritualità pasquale ha qualcosa di intrinsecamente evasivo e libertario. L’antico adagio stesso recita “Pasqua con chi vuoi”, rendendoci letteralmente inclini a gite fuori porta, scampagnate selvagge e, se non piove, persino gang bang all’aperto. Anticipazione primaverile del più ectoplasmatico e sudato ferragosto, il lunedì dell’Angelo – universalmente noto come Pasquetta – pare sia stato inventato appositamente per grigliare tutta la carne avanzata nelle resurrezioni del giorno prima.

Ma il vero e proprio simbolo irrinunciabile delle festività pasquali sono le uova di cioccolata con la sorpresa dentro. Ce ne sono per tutti i gusti, le tasche e le intolleranze alimentari. Pare che il cioccolato funzioni ancora da antidepressivo naturale. Peccato, però, che ormai non sai più esattamente da dove viene il cacao e cosa ci mettono dentro. E così, per la paura dei grassi idrogenati e dell’olio di palma, abbiamo finito per sostituire progressivamente la cioccolata con le benzodiazepine.

Resiste, invece, una fascinazione parallela per le uova di Pasqua: l’immancabile effetto ‘sorpresa’. Da questo punto di vista le uova mantengono ancora intatto il carattere fragile e speranzoso dei vecchi salvadanai: bisogna necessariamente romperle per vedere cosa c’è dentro. Con la differenza sostanziale che, nel caso del salvadanaio, se la sorpresa dovesse essere magra, non ci si può nemmeno consolare mangiandone i cocci. Anche se l’arte pasticcera, nella sua infinita bontà di forme, ha reso commestibili pure i salvadanai. Al riguardo c’è una gustosissima pagina di Luigi Malerba in cui si raccomanda al lettore – tra gli altri Consigli inutili – di non fare mai confusione tra l’albero di Natale e l’uovo di Pasqua, e si racconta di un uomo che, proprio a causa di questa pericolosa confusione, ha mangiato incautamente l’albero di Natale ed è finito all’ospedale.

Nel corso degli anni abbiamo così collezionato, più o meno involontariamente, sorprese preziose e inutili di tutte le specie – brontosauri gommosi, miniature di ciclomotori, nonne papere da montare – che poi crescendo, da seri adulti ecoresponsabili, quando arriva il momento di sbarazzarcene, non sappiamo bene se vanno conferite nel mastello della plastica o in quello del secco indifferenziato.

Purtroppo da quando abbiamo creato gli hashtag per veicolare sentimenti collettivi, messaggi in bottiglia e rivoluzioni, le uova di Pasqua non possiamo nemmeno più riempirle ingenuamente di auspici, buone intenzioni, grandi propositi – come un tempo si faceva, per esempio, con la pace nel mondo, nel solco della migliore tradizione dei corsivi – così da poter chiudere in modo edificante e ottimistico un pezzo come questo. Invece oggi bisogna accontentarsi delle sorprese preconfezionate, anche a costo di rimanere delusi. Un po’ come è accaduto una volta al primogenito di mio cugino, che dopo aver aperto con precisione chirurgica un enorme uovo di Pasqua, con sua grande sorpresa, non ci ha trovato niente. Il trauma è stato così doloroso che da allora, per non correre rischi, a Pasqua mangia soltanto colombe.

Francesco Vinci

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