“Pensare europeamente”. Vota Alberto Savinio

In Apertura, Gratta e Vinci

Secondo il ritmo inesorabile, per non dire coatto, che scandisce l’ormai fittissimo calendario delle ricorrenze, maggio è tra l’altro il mese del libro e delle elezioni europee. L’occasione è quanto mai propizia per rileggere – verbo sempre un po’ sospetto e supponente perché solitamente si usa, come dice Giuseppe Pontiggia, “per i classici che si leggono per la prima volta” – un piccolo e vecchio libro scritto negli ultimi anni della seconda guerra mondiale e che rispetto allo scenario europeo odierno appare di sconcertante attualità. Sorte dell’Europa di Alberto Savinio – che Adelphi ha meritoriamente ristampato nel 2014 – è una raccolta di articoli di ispirazione ‘civile’ in cui si circoscrivono i termini di un europeismo ideale (più o meno parallelo e contemporaneo al Manifesto di Ventotene).

Forse il meno maneggevole tra gli irregolari del secolo scorso, Savinio è uno di quei nomi ormai così poco canonici che oggi un lettore frettoloso o disinformato potrebbe facilmente scambiarlo per il refuso di Saviano. Eppure questo straordinario “dilettante” – come amava orgogliosamente definirsi nel suo irriducibile eclettismo – già in pieno conflitto mondiale invitava gli italiani a “pensare europeamente”, partendo dalla prospettiva di “superamento del concetto nazione”, per poi passare a una strenua, collaterale “difesa dell’intelligenza”, osteggiata da tutti i regimi autoritari: così da comporre, pezzo dopo pezzo, il suo frammentario e personalissimo autoritratto di europeista ante litteram. Senza mai rinunciare alla sua fama di inafferrabile, Savinio fa anche in questi scritti occasionali un largo e provocatorio uso dell’ironia, che del resto considerava l’antidoto naturale contro tutti i dogmi e le idee fisse, fino a teorizzare un “Ministero delle Possibilità” per arginare ogni forma di retorica, “perché non c’è soltanto la retorica della ‘grandezza’, che è quella di cui si servì preferibilmente il fascismo: c’è la retorica della ‘piccolezza’, della ‘modestia’, la retorica della ‘bontà’, la retorica dell’‘onestà’, che non sono meno pericolose di quella”. Savinio arriva addirittura a preconizzare, alla fine, “una terza guerra anche più disastrosa delle due che l’avranno preceduta per chiarire nel cervello degli europei la necessità dell’unione; nel qual caso non più gli europei vivi si uniranno, ma le ombre degli europei, come Omero chiama i fantasmi di coloro che hanno vissuto”.

Rarefatte, oziose o didascaliche per quanto possano apparire, persino le pagine più dissacranti di Sorte dell’Europa aspirano a essere lette, se non come un vero e proprio manifesto o un programma politico tout court, come una sorta di praticabilissima utopia. E sono l’ulteriore dimostrazione che molto spesso – anche e soprattutto in materia civile e politica – gli scrittori, con le loro parole sghembe e il loro sguardo allegorico, arrivano profeticamente prima dei burocrati di qualsivoglia specie alla desinenza delle cose: “Fare l’Europa. Ma per ‘fare’ l’Europa – per fare naturalmente l’Europa, per fare umanamente l’Europa, per fare validamente l’Europa, bisogna liberarsi anzitutto del concetto tolemaico del mondo – che è concetto teocratico e dunque imperialista – in tutte le sue forme (che son infinite) ed entrare nel concetto copernicano del mondo, ossia nel concetto democratico. Passare dal concetto verticale del mondo a quello orizzontale. Passare dal concetto accentratore a quello espansivo. Passare dal concetto Uomo (re, capo, nazione dominante) al concetto Idea. Perché nessun Uomo (sogno di Carlo Quinto, di Napoleone, di Hitler), nessuna Potenza, nessuna Forza potranno unire gli europei e ‘fare’ l’Europa. Solo una Idea li potrà unire: solo una Idea potrà ‘fare’ l’Europa. Idea: questa ‘cosa umana’ per eccellenza”.

Mi sa che il 26 maggio prossimo farò europeamente il mio dovere di elettore e voterò, ancora una volta, per Alberto Savinio.

Francesco Vinci

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