“Ho salvato dal punteruolo rosso la mia palma e vi spiego come”. Storia d’amore e di coraggio a lieto fine

In Palermo, Storie

Il terribile coleottero rosso è fra noi e continua a mietere vittime fra le eleganti palme, le belle piante tipiche dei nostri paesaggi mediterranei che identificano la naturale bellezza dei nostri luoghi. Una volta atterrato il punteruolo, per la palma, è l’inizio della fine. Capace di divorare interi magnifici palmizi, il Rhynchophorus ferrugineus, meglio noto come punteruolo rosso, è la spina nel fianco di amatori e vivaisti. E’ il responsabile del cambiamento di molti paesaggi dato che, solitamente, si preferisce abbattere la palma attaccata dal parassita piuttosto che curarla. Ed invece il rimedio c’è. Le palme si possono salvare.  Una storia diversa e a lieto fine l’ha raccontata al nostro giornale un signore palermitano che da anni vive nella sua tenuta di Piazza Armerina circondato dagli alberi e dai suoi cavalli, da una Natura fiorente che lo aiuta anche a sopportare la malattia che da 30 anni lo costringe su una sedia a rotelle. Ettore Parlato, questo il suo nome, ha la sclerosi multipla. Ha l’aspetto di un gigante buono dagli occhi azzurri e dai capelli biondi e si muove con magnetica abilità spingendo la sua carrozzina fra i sentieri tortuosi della sua amatissima campagna. La sua vita è costellata di sfide, di prove a cui lui ha sempre risposto con forza e determinazione. Fra le tante c’è anche quella contro un “nemico asiatico”, quel terribile insetto che aveva preso di mira la sua palma, un’imponente ed alta cinquantenne scampata per fortuna alla morte. Lui è riuscito debellare il punteruolo rosso e, come il suo omologo eroe di troiana memoria, ha raccolto la sfida, l’ennesima che la vita gli ha posto e come sempre non si è arreso, l’ha affrontata e vinta a testa alta.

Ettore Parlato, lei ha salvato la sua bellissima palma debellando un temuto nemico che solitamente non lascia scampo. Ci vuol raccontare come ha fatto?

Non mi sono inventato nulla, ho soltanto sfruttato ed usato ciò che già esiste e serve a salvare tutte le palme attaccate da questo insetto. Un giorno, il mio fedele collaboratore Abdul, un pakistano che lavora per me da moltissimi anni, si è accorto che le foglie della palma nell’atrio erano flosce, prive di vigore ed ha capito subito che era stata attaccata dal punteruolo. Per noi è stato un colpo al cuore, un pugno allo stomaco. Non restava altro da fare che tagliare ciuffo e foglie con la motosega e capitozzarla per individuare uova e larve. Abdul è salito sull’impalcatura, un piccolo ponteggio che abbiamo costruito.

Per poter intervenire, per qualsiasi cura, era necessario avere l’apice libero. Alla fine del taglio, la bella palma fiorente era ridotta ad un tetro obelisco. I miei l’avevano piantata lì 50 anni fa, turgida e florida al posto di una vasca con i pesciolini rossi. Ai miei occhi di bambino, le sue radici lunghe e sottili, sembrano coralli rossi. La amai subito. Dovevo rassegnarmi a vederla morire? Era un pezzo di me che se ne andava. Lei era cresciuta con me. Decisi che dovevo salvarla. Non potevo rinunciare a questa battaglia. Per me era una sfida, così come ogni giorno affronto la sfida con la sclerosi. La vita per me ha un valore. E lo dico da malato.

E come avete agito? Quali cure avete escogitate per salvarla?

Ho comprato un normalissimo veleno per insetti in vendita presso qualsiasi negozio di prodotti per l’agricoltura. Abdul, munito di mascherina e guanti, si è arrampicato sul ponteggio  e ha spruzzato l’insetticida nella parte apicale. Con il telefonino, il mio fedele collaboratore, ha registrato il rumore degli insetti che stavano divorando la palma, un rumore che somigliava alla grattugia. Le loro inesorabili ganasce stavano riducendo in segatura, in polvere, la palma. Dopo il primo trattamento, ne sono seguiti altri, per molti mesi, senza mai smettere.  Già dalla seconda volta, non si sentiva più masticare. Abbiamo messo l’insetticida anche nella parte bassa della pianta.

Cosa provava mentre passava il tempo fra una scadenza mensile e l’altra?

Qualche volta mi è venuto il dubbio se stavo facendo la cosa giusta. Lo sconforto a volte mi assaliva. Passavano i mesi e non si vedevano progressi, non si sentiva più nulla. Qualche volta ho pensato persino di sostituirla con un’altra pianta, un’altra palma. Ma era troppo triste pensarlo.

E poi?

Poi venne marzo, la primavera e con essa tornò la speranza. Abdul salì in soffitta e dalla finestra vide qualcosa: un timido, solitario virgulto brunastro sulla cima, un ciuffetto smarrito che lo fece urlare di gioia. “C’è qualcosa, una cosa che prima non c’era”. Così gridò euforico. Fotografò il germoglio grande quanto un pollice e me lo inviò.  Eravamo felici. La vita della mia palma batteva di nuovo, forte, giorno dopo giorno, continuando a crescere senza sosta. La guardavo da sotto, sulla mia sedia a rotelle, spostandomi da un punto all’altro per essere sicuro che non fosse un’allucinazione. Quest’Estate ha raggiunto il suo antico fulgore. Ha persino fatto i frutti, i datterini arancioni ma non molliamo. Continuiamo con la cura perché ho paura che il punteruolo possa tornare e completare quello che non è riuscito per fortuna a compiere. E’ una sorvegliata speciale, ecco. L’ho riportata in vita, non posso rischiare di perderla nuovamente. Ho riportato in vita un simbolo della mia famiglia. Che vuol farci, sono un sentimentale, un inguaribile romantico. Ci ho messo tanto sentimento, tanto impegno. E’ bello sapere di aver vinto la battaglia contro questo terribile insetto. Coltivo la bellezza e sono soddisfatto di quanto ho ottenuto.

Dunque si possono salvare le palme?

Sì. Il  90% delle palme dei nostri giardini e dei nostri litorali possono essere salvate. E’ tutta una questione di impegno. Ed i costi non sono eccessivi. Ci vuole amore per l’ambiente, per la natura, per il verde, per la bellezza. E perseverare. Per me gli alberi sono esseri viventi. Io li curo come se fossero miei figli. Ci vuole costanza, certo. L’abbiamo trattata anche mentre pioveva o nevicava. Niente ci ha fermati. E l’abbiamo salvata. Ho usato un insetticida che chiunque può usare, anche le amministrazioni se davvero vogliono salvare le palme, possono farlo. Se si ama, si può.

La sua vita le ha riservato tante soddisfazioni ma anche tante prove da superare. Ce ne vuole parlare?

Non ho mai fatto segreto della mia malattia. Ho sempre anzi sostenuto che bisogna parlarne anzi per rompere ogni inutile tabù. Quando ho fondato la sezione AISM a Palermo negli anni ’90 insieme ad altre 10 persone ammalate, ho sempre sostenuto che l’ammalato non va rinchiuso. Può andare a teatro, al mare, fare sport. Il malato va portato fuori casa e farlo vivere, partecipare, dargli la dignità che merita. Ricordo che con gli obiettori di coscienza andavamo a prendere alcuni disabili in casa e li facevamo uscire. C’era uno, mi ricordo, che da 20 anni non usciva da casa. Abitava in un appartamentino palermitano senza ascensore e i parenti non lo portavano fuori. Lo andammo a prendere, lo caricammo sulle spalle e poi in auto lo portammo a Mondello. Da 20 anni non vedeva il mare. Era felice mentre respirava l’aria salmastra e questo ci bastava. Non è un disonore essere malati. Quando ho scoperto, 30 anni fa, di essere affetto da sclerosi, lavoravo alla Telecom. Dissi ai miei colleghi della mia malattia subito. Loro potevano aiutarmi se ne avessi avuto bisogno. Le cose vanno prese di petto e con coraggio e affrontate. Così ho fatto anche con la palma. L’importante è l’obiettivo da raggiungere. Non posso vincere la sclerosi ma ogni giorno lotto per vivere un pochino meglio.

Cosa faceva da giovane prima di scoprire di aver la sclerosi?

I primi 30 anni della mia vita sono stati pieni di cose bellissime. Andavo a cavallo, sciavo sulle Alpi, giocavo a tennis, pesca subacquea e facevo parte di una squadra palermitana di rugby. Ero un giovanottone alto 1,90 cm ed avevo un fisico imponente e lo sfruttavo. Poi è cambiato tutto ma non mi sono arreso. La mia metamorfosi non mi ha impedito di fare le cose che amavo, come coltivare la mia adorata vigna. Mi mettevo in ginocchio perché non potevo stare in piedi e potavo la vigna per fare il vino buono da regalare agli amici. E lo facevo per amore e con amore. L’impegno di fare qualcosa di buono, apprezzato dai miei amici, era forte più della malattia. Sapere che qualcuno mentre lo beve mi pensa, è esso stesso un regalo bellissimo. Mia moglie Marcella mi comprò delle ginocchiere per proteggermi dal freddo e dall’umidità e così ho potuto lavorare senza soffrire troppo. L’amore di mia moglie e di mio figlio mi spingono sempre a guardare avanti, a raccogliere il guanto della sfida quotidiana. Non mi fermo mai, ho continuato a guidare l’auto anche in fuoristrada, anche se vivo su questa sedia a rotelle e la fatica è immensa”.

Una storia di grande umanità e coraggio. Una storia d’amore per la vita, per la natura, per la famiglia, per la bellezza cercata anche dove è ben nascosta o in bilico. Senza arrendersi mai.

Tiziana Sferruggia

 

 

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