Razzismo, leggi e stadi

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Ci siamo indignati subito alla notizia della Supercoppa Italiana giocata negli Emirati, soprattutto quando abbiamo saputo che lo Stadio ospitava il reparto uomini (sigle) e il reparto famiglie. Non è certo una novità che i Paesi Arabi non abbiano una mentalità aperta nei confronti della donna, che in queste aree sta racimolando piccole conquiste. Nel 2017 in Arabia Saudita il via libera alla patente per le donne e in Quatar via il velo, basta vestirsi in maniera consona. Ma diamo un’occhiata agli Stadi in Italia, quelli in cui i tifosi si ammazzano tra loro, in cui i motorini volano dagli spalti, gli agenti muoiono per fermare le violente risse. Un posto per famiglie? No, di certo. Per non parlare di certe frange ultras invischiate con organizzazioni criminali, dei cori razzisti nei confronti dei giocatori afro. Non proprio un posto dove mandare i propri figli, insomma. Quello che negli Stadi italiani è all’ordine del giorno però, in Inghilterra è una cosiddetta “onda anomala”. O Ola anomala, restando in tema.

Effetto Brexit o meno, gli impianti sportivi inglesi – quelli che si vantavano di non avere barriere di protezione – sono sempre più, negli ultimi periodi, covo di cori razzisti. Nella scorsa stagione gli abusi legati al solo calcio professionistico sono saliti a 214 con un aumento del 10%. Allora il Paese è corso subito ai ripari, perchè si è allarmato, perchè sa quanto ignobili siano determinati comportamenti. La legge che regola tali reati ha previsto innanzitutto una capillare rete di segnalazioni che tutti possono mettere in atto, sia agli stewards sia attraverso una piattaforma online. Per quanto riguarda l’identificazione dei colpevoli, questi vengono individuati nel giro di qualche ora, evidentemente con tecniche di video-sorveglianza invasive; poi vengono processati e messi al bando per qualche anno, a seconda della gravità del reato, o addirittura per sempre. Le partite le possono guardare in tv, comodamente seduti sul divano.

L’Inghilterra quindi, non sta dietro alla chiusura dei settori, alle divisioni, alle partite a porte chiuse. Ed in effetti, in Italia sono provvedimenti solo temporanei che non risolvono il problema. Non sempre i tifosi violenti vengono individuati, non è così semplice. E nella giustizia sportiva italiana, rimane invariata la responsabilità oggettiva. Quindi se dei comportamenti intimidatori, razzisti, violenti, si consumano durante il regolare svolgimento di una partita, a pagarne le conseguenze è la società a cui quelle frange appartengono, che rischia di perdere la partita a tavolino. Provvedimento che non reputo giusto in primis perchè una società di calcio non si fa mai portatrice di valori insani, anzi. Certo, talvolta in campo accadono degli episodi “caldi”, rabbiosi, da parte di calciatori e staff, ma in questo caso il regolamento parla chiaro: espulsione del giocatore ed allontanamento dal campo con successiva squalifica da un minimo di una o due giornate e ammenda. E’ ora di intervenire anche nei nostri Stadi, perchè le cose non migliorano, al contrario, possono peggiorare.

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