Sciascia e i bei cretini di una volta

In Apertura, Gratta e Vinci
Leonardo Sciascia

Gli anniversari tondi – lo confesso – mi mettono sempre un po’ a disagio. C’è il rischio, calcolato ma non meno incombente, di inciampare nella retorica reverenziale delle celebrazioni. O, molto peggio, di ridurre un autore e la sua opera a misura delle sue frasi più celebri – sempre quelle – come del resto accade, inesorabilmente, per tutti i classici che si aggirano come spettri nell’epoca dei social. Per il trentennale della morte di Leonardo Sciascia, com’era prevedibile, alle commemorazioni di rito e alle testimonianze più o meno autorevoli si sono susseguite, puntualmente, le solite grossolane rivendicazioni di appartenenza ideologica. Da parte di tutti, of course. Tanto che qualcuno ha provocatoriamente ipotizzato un decreto legge con cui si vieti di citare in modo coatto Sciascia e di continuare a usarlo come scudo per legittimare le proprie opinioni o delegittimare quelle degli altri.

D’altra parte non c’è forse eredità più contesa, bignamizzata, strumentalizzata di quella sciasciana. Poco importa se l’autore della Sicilia come metafora, consapevole di tutto questo, non si preoccupò mai di mettere al riparo le sue posizioni da fraintendimenti e indebite appropriazioni. Se Pasolini è ancora una volta colui che sapeva e non aveva le prove eccetera, lo scrittore di Racalmuto rimane in primo luogo l’eroico dissidente dei “professionisti dell’antimafia”: una locuzione divenuta proverbiale di cui in realtà lo scrittore siciliano non ha mai fatto uso – come sanno bene i suoi lettori più avveduti – e che più semplicemente era il titolo redazionale di uno dei suoi interventi più noti e controversi. Certo, è innegabile che dell’intellettuale Sciascia ci rimangono soprattutto la grande lezione eretica e l’inquietudine di mettere laicamente sempre in discussione sé stesso, al di là di ogni conformismo e di ogni comoda strategia di rendita. Un ‘metodo’ oggi più professato che praticato, specialmente in tanti sedicenti seguaci di Sciascia. E sarebbe davvero interessante, a questo punto, seguendo il filo ozioso e perverso delle citazioni verosimili e delle forzature postume, sapere cosa avrebbe pensato l’interventista Sciascia di quelli che sono stati fatalmente definiti ‘professionisti dell’anti-antimafia’ e che nel frattempo hanno preso il posto dei professionisti dell’antimafia.

Eppure Sciascia è stato prima di tutto uno scrittore irriducibilmente legato alla Sicilia e un lettore implacabile, onnivoro, enciclopedico: un “moralista” nell’accezione più letteraria del termine, come lo ha definito Matteo Collura, il suo biografo più schietto. E il modo più autentico e più proficuo di onorare la memoria di uno scrittore, manco a ribadirlo, è quello di rileggerne le pagine – magari a partire proprio dalla nozione di rilettura con cui lo stesso Sciascia (in uno dei saggi contenuti in Cruciverba) si accostava a un libro. Che è “come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. (…) Ed è perciò che la gioia del rileggere è più intensa e luminosa di quella del leggere”.

Se però di ogni autore, alla fine, è destinata a sopravvivere soltanto una citazione esemplare, tanto vale adeguarsi alle circostanze e sceglierne accuratamente una. Per quanto a sua volta abusata, entrata da tempo nel prontuario delle frasi d’autore, forse la più formidabile intuizione di Sciascia si trova in una nota di Nero su Nero – sorta di diario in pubblico, come non se ne scrivono più, perché ormai soppiantato dal diarismo virtuale dei post e dei tweet – in cui ci si imbatte per la prima volta nella figura paradigmatica del “cretino intelligente”: impareggiabile ossimoro grazie al quale Sciascia coglie perfettamente l’essenza di un passaggio antropologico. Parente stretto del “cretino specializzato” individuato da Flaiano, e in anticipo di qualche anno rispetto alle pagine più illuminanti di due eccellenti cretinologi come Fruttero & Lucentini, il “cretino intelligente” e la dichiarata nostalgia di Sciascia per “i bei cretini di una volta” segnano una vera e propria svolta epocale di cui continuiamo ad avvertire, oltre che il peso specifico, tutte le inevitabili conseguenze: “È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. Ma di intelligenti c’è stata sempre penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini”.

Francesco Vinci

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