Una griffe per i grembiuli scolastici

In Apertura, Gratta e Vinci
grembiulini

Nell’album di famiglia ho rinvenuto una mia foto da studente di seconda elementare, che mi ritrae con il maestro e i miei compagni di classe, mentre indosso diligentemente il grembiule d’ordinanza, secondo la tardiva usanza dell’epoca. Anche se siamo in un periodo post-fascista, la foto è in bianco e nero, i muri degli edifici scolastici sembrano tutti uguali e i paesaggi sono invariabilmente grigi: una generazione destinata a convivere con le sue imperfezioni perché non si poteva ancora contare sui filtri correttivi di Instagram. Ho uno sguardo un po’ indispettito e la smorfia tipica di chi fissa l’obiettivo del mondo con un misto di sfida e paura infantile, ma dalla mia espressione facciale vagamente contrariata si intuisce che fin da piccolo ero piuttosto insofferente a grembiuli, divise, uniformi, distintivi, etichette.

Mi sono ricordato di questo reperto fotografico, dopo il recente auspicio del ministro dell’Interno di reintrodurre l’uso del grembiule nelle scuole italiche. Pur essendo una vecchia questione, che ritorna periodicamente a turbare i sonni già poco tranquilli di docenti e discenti, quella dei grembiuli non ha mancato anche questa volta di suscitare un acceso dibbattito (con due bi, come ci insegna Arbasino) tra grembiulisti e antigrembiulisti. Contro ogni previsione, sembra che a prevalere sia ancora il partito trasversale di chi vorrebbe una pacifica adozione del grembiule come strumento storicamente collaudato di eguaglianza sociale. Non si capisce bene, tuttavia, come mai lo stesso principio di eguaglianza non si estenda pure alle scarpe, agli zaini, alla piccola cancelleria, alle merendine. D’altronde, viviamo in un tempo in cui il discrimine tra eguaglianza e omologazione è così sottile da essere diventato pressoché invisibile. Non sarebbe del tutto peregrina, a questo punto, per rendere più fashion la nozione di eguaglianza, l’idea di griffare direttamente i grembiuli. Stilisti da sempre politicamente versatili come Dolce & Gabbana, per esempio, potrebbero essere chiamati a realizzare dei grembiuli interclassisti per le collezioni degli anni scolastici futuri. Rimarrebbe da affrontare soltanto la spinosa questione del colore del grembiule: l’antica ripartizione in grembiuli azzurri e grembiuli rosa, per quanto appaia datata e sessista, potrebbe tornare utile nei lavaggi separati in lavatrice, promuovendo le differenze di genere che resistono anche alle alte temperature. Assolutamente da scartare, invece, è l’ipotesi di introdurre l’uso di grembiuli arcobaleno, per non aprire un nuovo fronte del dibbattito su come il gender abbia definitivamente colonizzato le scuole di ogni ordine e grado.

Alla fine, però, c’è sempre il fondato sospetto che il grembiule sia un vecchio espediente narrativo per descrivere in chiave deamicisiana il brusio delle aule scolastiche: l’ennesima foglia di fico con cui coprire, ancora una volta, gli annosi problemi della scuola italiana. Il vero e proprio nodo della questione non è infatti il grembiule in sé, ma che quel grembiule venga tradizionalmente sventolato come vessillo ideologico e culturale. Come un venerabile e un po’ opprimente simulacro. Tolto dalla naftalina il suo carattere effusivo e nostalgico di cimelio dell’età scolare, di testimone del bel tempo che fu, il grembiule scolastico continua comunque a promanare – nel bene e nel male – tutto il suo inconfondibile sentore di ancien régime, di ordine e disciplina, di richiami autoritari. Di malsublimate vessazioni pedagogiche.

Quanto a me, rispetto a quella vecchia foto da bambino, devo ammettere che nel tempo, crescendo, ho rivalutato giudiziosamente l’utilizzo del grembiule. Soprattutto in cucina, quando preparo l’agghiotta di pesce o gli spaghetti alla carbonara.

Francesco Vinci

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