Processo Perricone: sentiti gli amministratori della Cogem

In Alcamo, Apertura, Giudiziaria
aula Tribunale Trapani processo Mirarchi

Nel corso dell’udienza che si è tenuta ieri pomeriggio, presso il tribunale di Trapani, sono stati ascoltati il figlio e la sorella di Vito Emmolo, fondatore della società facente parte dell’ATI aggiudicataria dei lavori del porto di Castellammare del Golfo. Si è invece avvalso della facoltà di non rispondere il commissario liquidatore della CEA, Pasquale Russo, nominato dall’Assessorato regionale, nel 2011, e attualmente imputato in un procedimento parallelo per concorso nel reato di bancarotta fraudolenta insieme ai cugini Perricone.

Si è svolta a partire dalle 15 di ieri, nell’aula intitolata al magistrato Alberto Giacomelli, l’udienza del processo penale nel quale è imputato, e per diversi reati, l’ex vicesindaco di Alcamo, Pasquale Perricone, insieme alla cugina, Mary Perricone, Marianna Cottone ed Emanuele Asta. In particolare, sono stati interrogati davanti al collegio dei giudici, presieduto dal dottore Piero Grillo, il figlio e la sorella dell’imprenditore Vito Emmolo, Francesco e Anna Maria Emmolo, in merito ai lavori del porto di Castellammare del Golfo, iniziati nel 2007, al sequestro del cantiere, avvenuto nel 2010, e al fallimento della Nettuno (qui il link di un precedente articolo) nel 2011. Detta società consortile è stata creata ad hoc per assolvere la funzione di centro di imputazione dei costi dall’ATI, l’associazione temporanea di imprese, che si era aggiudicata l’appalto, e della quale faceva parte la Cogem s.r.l., della famiglia Emmolo, insieme alla capogruppo Coveco e alla Comesi/Taomar, per l’appunto.

Francesco Emmolo ha, innanzitutto, raccontato al magistrato della Procura di Trapani, la dottoressa Rossana Penna, di avere rivestito, sin dall’aggiudicazione dell’appalto dell’importo di oltre 20 milioni di euro, avvenuta nel 2005, la carica di legale rappresentante della società fondata dal padre, il quale risultava all’epoca solamente socio dell’impresa, e di avere lavorato per la stessa nella qualità di direttore tecnico. Inoltre, il teste, una volta che le società dell’ATI avevano creato la Nettuno a.r.l. (2007), di cui la COGEM deteneva il 20% della quota, è stato assunto come dipendente della consorziata, mentre il padre ricopriva la carica di vicepresidente. Nello specifico, Francesco Emmolo si occupava della pesatura del materiale (pietrame) trasportato dai camion all’interno dell’area recintata del porto di Castellammare. Suo punto di riferimento era il geometra Mario Giardina, il quale, nonostante non avesse i titoli richiesti dal bando di gara, sempre secondo l’esposizione del teste, era stato nominato dalla CEA, l’impresa associata alla Coveco, e per l’accusa riconducibile a Perricone, alla quale la capogruppo aveva affidato l’esecuzione dei lavori del porto. Il signor Giardina, ricordiamo, ha patteggiato la pena per alcuni reati contestategli nell’ambito della stessa inchiesta che ha condotto al procedimento giudiziario in cui sono imputati Pasquale Perricone e gli altri tre soggetti. La conoscenza tra Francesco Emmolo e Pasquale Perricone, come il teste ha spiegato all’avvocato di quest’ultimo, Giuseppe Benenati, risale a molto tempo fa ed è dovuta sia alle diverse collaborazioni in pubblici lavori tra l’azienda di famiglia e la Cea, sia alle richieste fatte dallo stesso all’ex vicesindaco per lavorare come tutor in un corso di formazione di una società che sarebbe riconducibile al politico alcamese. Il testimone, poi, ha riportato in aula un episodio particolare, svoltosi tra marzo e aprile del 2013 e, dunque, successivo al sequestro del cantiere del porto di Castellammare, che concerneva la proposta della vendita, avanzatagli da Pasquale Perricone, di un martellone di proprietà della Nettuno, presente all’interno del magazzino della Cogem, ma non tra i beni inventariati, al fine di ricavarne un eventuale profitto. Suggerimento al quale, però, Francesco Emmolo non aveva dato tanto credito all’epoca, ritenendolo fantasioso proprio perché giunto dopo il bliz delle fiamme gialle, che ha bloccato di fatto i lavori succitati, e con la Nettuno in curatela fallimentare. Il magazzino dell’impresa della famiglia Emmolo si trova adiacente alla struttura ospitante gli uffici della Cea, e di altre società, ad Alcamo, in Contrada Tre Santi, via Goldoni n° 6, finita al centro dell’inchiesta della magistratura trapanese denominata “Affari sporchi” e che ha condotto, nel 2016, all’arresto dei soggetti imputati nel procedimento giudiziario in corso. In quello stesso stabile, ha dichiarato il testimone, vi erano, gli uffici della formazione professionale, ma anche quello della Nettuno, nel quale lavorava Antonio Russo, ragioniere all’interno del cantiere del porto di Castellammare che aveva collaborato in passato con la Cogem e la Cea, associata al Consorzio Ravennate, nell’appalto per il lavori del porto di Pantelleria. Antonio Russo è stato inoltre amministratore di un’altra società della famiglia Emmolo, che operava nel settore dell’edilizia privata, fino al 2016. Insieme a Domenico Parisi, dipendente Cea e persona di fiducia del consorzio Nettuno, erano i soggetti al quale Vito Emmolo si rivolgeva nel 2010, senza ottenere riscontro, per capire la situazione economica della società consortile di cui era presidente Rosario Agnello, ritenuto dalla Procura trapanese una “testa di legno” dell’esponente storico del PSI alcamese: Pasquale Perricone, per l’appunto. Dopo il sequestro del porto di Castellammare, Vito Emmolo, considerato dal figlio la sua “guida spirituale” per il fatto di essere stato sempre presente all’interno della società di famiglia, anche senza ricoprire più alcuna carica, è caduto in depressione. Una condizione peggiorata con la successiva morte della moglie nel 2012.

La signora Emmolo ha raccontato di avere visionato nel corso del 2010 un bilancio di massima della società della Nettuno, su richiesta del fratello, e di essersi resa conto della grave situazione in cui versavano la consorziata e l’impresa Cogem, per i debiti onerosissimi nei confronti dei fornitori e lavoratori, oltre ad avere iniziato a nutrire profonda preoccupazione per l’esposizione del nipote a causa di una fideiussione della Banca Don Rizzo che ammontava a 100 mila euro. La Nettuno, dal 2009, essenzialmente non fatturava più alle consorziate per importi correlati a costi già sostenuti e le consorziate non pagavano le fatture già emesse dalla Nettuno, la quale non ne esigeva neanche il pagamento, nonostante la Coveco continuava ad incassare e fatturare lo Stato Avanzamento Lavori (10 fino a quel momento) alla stazione appaltante, il Comune di Castellammare del Golfo, non facendo funzionare così il sistema di ribaltamento dei costi. Gli stipendi non pagati (tra cui quelli che la società Nettuno doveva anche a Francesco Emmolo) ammontavano a circa 10 mensilità; invece, i debiti nei confronti dei fornitori erano di 2 milioni di euro circa. La Cogem inoltre era esposta nei confronti della Nettuno per 600 mila euro. Anna Maria Emmolo ha spiegato che lei e il padre, entrambi nel mondo dell’impresa, non avevano mai visto di buon occhio la collaborazione, per alcuni lavori pubblici del fratello con la Cea, a causa della “gestione fumosa” della citata impresa, e, dunque, con Pasquale Perricone, nonostante l’esponente storico del PSI alcamese non comparisse più nell’organigramma della società, avendo ricoperto la carica di presidente dal ’95 al ’96. Nello specifico, la testimone ha fatto riferimento all’appalto per la costruzione di un Poliambulatorio a Serramanna, in Sardegna, per circa 900 mila euro. Un appalto fallimentare perché si è concluso con la perdita della Cogem di 300 mila euro. La politica della Cea, secondo quanto rilasciato nelle sue sommarie informazioni nel 2014, era quella di aggiudicarsi gli appalti, riscuotere lo stato avanzamento lavori senza pagare nessuno, compreso la Cogem. Una politica riscontrabile nell’appalto per i lavori del porto di Castellammare. Secondo quanto dichiarato dalla signora Emmolo, il fratello avrebbe da sempre provato ammirazione nei confronti dell’ex vicesindaco di Alcamo per via dei suoi rapporti con le cooperative del Nord, da politico di sinistra, a partire dalla metà degli anni ’70, e per la capacità di ottenere le c.d. certificazioni SOA, indispensabili per poter effettuare lavori pubblici e partecipare alle gare d’appalto, grazie alle quali anche le imprese del fratello hanno potuto lavorare.

Sulla situazione patologica del cantiere del porto di Castellamare del Golfo, Anna Maria Emmolo ha, invece, raccontato alcuni episodi concernenti dei fornitori del consorzio Nettuno. In primis, la vicenda del pontone che serviva a sollevare i massi e posarli in mare e che avrebbe dovuto fornire la Comesi, la quale, dopo avere incassato il primo e secondo SAL, era sostanzialmente uscita dal consorzio. Successivamente, è stata l’azienda Scuttari a procurarlo, il cui pagamento però venne fatto dalla Coveco, al posto della consorziata, per 800 mila euro. Situazione anomala in quanto la capogruppo, infatti, avrebbe dovuto intrattenere solo i rapporti con la stazione appaltante, il Comune di Castellammare del Golfo, conseguendo solo l’1% della quota dalla associata Cea, alla quale girava il pagamento dei Sal dietro fatturazione. Altra condizione strana, poi, è stata quella concernente l’acquisto delle palancole da una società lussemburghese che le avrebbe fornite solo se fosse stato pagato l’intero prezzo immediatamente, e per il quale la Cogem ha esborso una quota maggiore, avendo anticipato quella della CEA che non si trovava nelle condizioni di pagare. A porto sequestrato, dunque, la Cogem rientrava tra i creditori della Cea vantando 60 mila euro delle 80 sborsate, per il succitato pagamento. Quando le redini delle imprese di famiglia, ormai in cattive acque, sono state prese da Anna Maria Emmolo (diventata nel 2011 liquidatrice della Cogem), la stessa aveva cercato di recuperare tali crediti da Mary Perricone la quale gestiva tutta la parte contabile della Cea e che, insieme a Giardina e a Parisi, rappresentava “gli occhi e le orecchie” di Perricone nel cantiere. Quattro sarebbero stati gli assegni compilati dalla cugina dell’ex esponente del PSI alcamese e fatti firmare da Rosario Agnello, ma post datati. Tali assegni sono stati protestati dalla Emmolo. I rapporti con i cugini Perricone si sono incrinati ancor di più quando la testimone è venuta a conoscenza del fatto che la CEA aveva ricevuto 300 mila euro da una transazione per una causa con il Comune di Alcamo che riguardava i lavori di urbanizzazione di Contrada Sasi, denaro che non è stato utilizzato per saldare i debiti con la Cogem. Tali somme invece sarebbero state versate in un nuovo conto presso la Banca Don Rizzo riconducibile alla Cea, nonostante quest’ultima fosse esposta nei confronti dell’istituto di credito, e poi trasferite in un’altra banca.

Secondo quanto affermato nell’interrogatorio di ieri, nel 2014 uno scritto anonimo, contenente delle minacce, è stato recapitato alla signora Emmolo che a quel punto si è rivolta all’autorità giudiziaria. Minacce che a suo parere sarebbero connesse alla sua attività imprenditoriale. Inoltre, Anna Maria Emmolo ha precisato di non avere avuto rapporti tesi se non con i suddetti soggetti che ruotavano intorno all’appalto del porto di Castellammare, che ha segnato le vicende economiche ed affettive dei suoi familiari. L’esame delle altri parti, difesa e civile, continuerà il 16 luglio prossimo. Nel corso dell’udienza di ieri si è invece avvalso della facoltà di non rispondere un altro teste chiamato a deporre: il liquidatore della CEA, Pasquale Russo, nominato dall’Assessorato regionale, nel 2011, e attualmente imputato nel procedimento parallelo per avere concorso nel reato di bancarotta fraudolenta insieme ai cugini Perricone. In particolare, nell’aprile del 2014 il commissario liquidatore avrebbe presentato, per conto dei cugini Perricone, al Servizio di Vigilanza dell’Assessorato regionale, la richiesta di autorizzazione per la vendita di un ramo d’azienda della CEA, ormai in decozione, in favore della IMEX ITALIA s.r.l., l’unica società, dell’intera galassia riconducibile all’ex vicesindaco, nella quale figurava come unico amministratore. Mediante questa operazione Pasquale Perricone, secondo l’accusa, avrebbe potuto acquisire le certificazioni SOA della CEA, in modo da poter continuare a partecipare ad appalti pubblici.

Linda Ferrara

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